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 2026  marzo 23 Lunedì calendario

Delmastro, il ristorante e quella quota comprata in contanti

Con quali soldi sono state aperte le “Bisteccherie d’Italia”? La procura di Roma, nel fascicolo per riciclaggio e intestazione fittizia, sta provando a rispondere a questa domanda, semplice solo in apparenza. Perché non è un dettaglio, ma il cuore dell’inchiesta.
In queste ore si stanno acquisendo documenti sui pagamenti per cucine, arredi, forniture. Si sta cercando di capire chi ha garantito l’investimento. E se tra i locali sequestrati del “Baffo” – che le sentenze collegano a Mauro Caroccia e al sistema del clan Senese – e le nuove attività di cui sono stati soci anche il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro e altri esponenti di Fratelli d’Italia, non ci sia solo una coincidenza formale, ma una continuità concreta. È questa la direzione degli accertamenti. Verificare se beni, attrezzature, valore economico siano passati da una stagione all’altra. Se ciò che era stato colpito dalle misure antimafia sia rientrato in circolo sotto un’altra insegna.
La storia è tutta lì. Parte dagli anni Novanta, dal primo “Baffo” sulla Tuscolana. Cresce rapidamente: “Baffo 2018”, “Baffo 2 Fish”, “Baffolona Burger”. Una filiera di ristoranti che le sentenze collocano dentro un sistema più ampio, fatto di intestazioni fittizie e capitali della criminalità organizzata. Poi, nel 2020, arrivano sequestri e arresti. Il circuito si spezza. O almeno così sembra. Perché dopo qualcosa riparte. Non nello stesso locale, ma sulle sue ceneri. Nasce la “Bisteccheria d’Italia”. Nuova società, nuovi soci, nuova veste. Ma il passato resta. Ed è visibile. Dentro il ristorante, ancora oggi, ci sono richiami espliciti, perfino suppellettili e arredi identici a quelli dei locali precedenti. Non solo memoria: tracce concrete.
Ed è su queste tracce che si muove l’indagine. Perché se le insegne cambiano, bisogna capire se è cambiato anche il resto. Le cucine sono state acquistate o riutilizzate? Gli arredi sono nuovi o vengono dai locali sequestrati? Chi ha pagato tutto questo? C’è poi un elemento che pesa nelle carte: 5 mila euro in contanti. Quando infatti il gruppo di Biella esce dalla società, cede le proprie quote a Miriam Caroccia, che paga in contanti. «Il prezzo per la compravendita delle singole partecipazioni è già stato corrisposto dalla signora Caroccia a mezzo pagamento in contanti», si legge negli atti. Nulla di illegale, ma certo non un segno di trasparenza.
E c’è un altro dettaglio, tutt’altro che marginale. La società sotto indagine ha ancora la sede legale a Biella, nello studio del commercialista Andrea Paraggio, assessore al bilancio del Comune. È lì che si incrociano i fili: la politica, la gestione societaria, il radicamento territoriale. Un punto fermo, mentre tutto il resto cambia. Intorno, poi, si muove un contesto che aggiunge pressione.
Le cene, ad esempio. Quelle organizzate nel locale, frequentate da politici, dirigenti, uomini delle istituzioni. Secondo quanto ricostruito, a pagare era spesso il festeggiato. Conti anche da migliaia di euro. Tavolate lunghe, eventi, ricorrenze. Resta da capire chi fossero davvero quei clienti. E sarebbe imbarazzante se tra loro ci fossero dirigenti del Dap o funzionari del ministero, chiamati a sostenere spese importanti proprio nel ristorante del sottosegretario. Delmastro continua a ripetere di non sapere nulla dei legami tra Caroccia e il clan Senese. Saranno le date a stabilire quando ha saputo e quando è uscito dalla società. Ma l’inchiesta, oggi, guarda soprattutto a ciò che c’era prima.
A quella zona grigia che avvolge la nascita delle “Bisteccherie d’Italia”. Perché se è vero che il “Baffo” è stato sequestrato come parte di un sistema mafioso, allora bisogna capire come sia stato possibile ripartire. Con quali soldi. Con quali garanzie. E se davvero si è trattato di un nuovo inizio. Oppure, più semplicemente, della stessa storia che continua sotto un altro nome.