corriere.it, 23 marzo 2026
Mark al lavoro sullo "ZuckBot", un assistente Ai per aiutarlo
Mark Zuckerberg sta lavorando all’allenamento di un agente di intelligenza artificiale che possa aiutarlo e affiancarlo nel suo ruolo di amministratore delegato di Meta. Una sorta di “CeoBot” – o “ZuckBot” -, secondo quanto riporta in esclusiva il Wall Street Journal. Che cita una persona informata sui fatti, secondo cui il manager 41enne si sarebbe rimesso in prima persona a programmare con costanza, forse proprio sul/con l’aiuto del proprio agente cognitivo personale.
Zuckerberg aveva in un qualche modo anticipato questa idea già a gennaio, durante la conferenza sui risultati finanziari dell’azienda: «Stiamo investendo in strumenti Ai in modo che i dipendenti di Meta possano essere più produttivi. Stiamo valorizzando i singoli collaboratori e appiattendo le strutture dei team», aveva spiegato. «Grazie a questo credo che non solo saremo molto più efficienti, ma sarà anche molto più divertente». “Divertente” è un aggettivo spesso usato dal ceo di Meta, specialmente nei primi anni di vita dell’azienda, quando ancora si chiamava Facebook. Almeno nelle intenzioni e nella comunicazione, si tratterebbe di una sorta di ritorno alle origini: l’utilizzo massivo in azienda di strumenti Ai per essere competitivi con le nuove startup il cui lavoro nasce nativamente supportato da agenti artificiali. All’epoca di Facebook il motto era «Muoviti veloce e rompi le cose», ora modificato (anche per esigenze di immagine, dato che la frase è stata pronunciata in occasione del processo californiano contro il design che crea dipendenza dei social media) in «Muoviti veloce in un’infrastruttura stabile». Molto più adatto anche per gli investitori in borsa.
Rimane la parte del muoversi velocemente, cosa che viene più facile a ranghi ridotti, se si eliminano lunghe e “inutili” catene gerarchiche. Cosa che si può tradurre in un’altra frase estrapolata dall’intervento di Zuckerberg di fine gennaio: «Stiamo iniziando a vedere progetti che un tempo richiedevano grandi team, ora realizzati da una singola persona di grande talento». Non a caso, in occasione della presentazione dei risultati 2025, il ceo ha confermato come l’azienda nel 2026 di fatto raddoppierà gli investimenti in progetti e infrastrutture legate all’intelligenza artificiale: da 72 a 135 miliardi di dollari. L’annuncio si è subito tradotto in alcune acquisizioni, da Manus a MoltBook, quest’ultimo definito il social network degli agenti Ai, dove i chatbot chiacchierano fra di loro. Una pratica – vagamente distopica – che pare essere ormai quotidiana anche nella bacheca interna dei dipendenti Meta, dove i loro assistenti personali si scambiano informazioni in modo autonomo. La bacheca, viene sempre riferito internamente, è molto utilizzata anche dagli umani per scambiarsi buone pratiche di utilizzo di Ai e consigli su nuovi strumenti cognitivi utili. Come riferito dal Wsj, l’utilizzo di strumenti di intelligenza artificiale rientra infatti nei parametri di valutazione delle prestazioni.
Per Zuckerberg potersi affidare a un chatbot potrebbe anche significare la risoluzione di un problema personale: l’incapacità di avere a che fare con le altre persone. Lo racconta, tra gli altri, il co-fondatore di Y Combinator (fondo per le startup) Paul Graham: nei primi anni da manager, riferendosi a un incontro del 2007, Zuckerberg era del tutto incapace di avere a che fare con gli altri, «non riusciva a fare chiacchiere di circostanza, se non aveva niente da dire, semplicemente iniziava fissarti». Inquietante, imbarazzante, e decisamente controproducente se sei a capo di un’azienda da 1,5 trillioni di dollari (valore attuale). Una mancanza ovviamente percepita – o fatta percepire – dallo stesso Zuckerberg. Che nel 2024 aveva postato una sorta di mea culpa: «Essere impacciato e ricevere feedback negativi sul mio modo di apparire mi ha sicuramente reso più cauto e preparato. Non è ancora il mio forte, ma con l’età mi sento un po’ più a mio agio nell’essere me stesso». Più interessante la descrizione data da Graham a questo cambiamento comunicativo: «Ora ha imparato a imitare una persona normale».
Detto questo di Zuckerberg, per i suoi dipendenti la musica rischia di essere del tutto differente: leggendo nell’articolo del Wsj dell’impegno e del “divertimento” – anche qui – per il ritorno alle origini da startup descritto dai 78 mila impiegati di Meta, la sensazione spiacevole è di chi si sta scavando la fossa da solo. Ricordate, qualche riga sopra, Zuckerberg che dice di progetti che prima richiedevano un team e ora sono portati avanti dal singolo? Ebbene, secondo Reuters, Meta sarebbe in procinto di mettere in atto la più grande ondata di licenziamenti di sempre. Un 20% totale dei dipendenti, cioè quanto fatto cumulativamente tra il 2022 e il 2023 (in totale il 22,16% della forza lavoro), dopo che la corsa all’utente in Pandemia aveva fatto registrare un insostenibile in tempi normali (evidentemente) +20,16%. L’epitaffio per i dipendenti in partenza da Meta l’aveva scritto a inizio mese Susan Li, la giovanissima (40 anni) responsabile finanziaria del gruppo, promossa in quel ruolo non a caso nel 2022: «Assicurarmi che per un’azienda delle nostre dimensioni e portata non si lavori in modo meno efficiente rispetto alle aziende che sono nate con l’intelligenza artificiale integrata, è un aspetto della massima importanza»