Corriere della Sera, 23 marzo 2026
Alessandro Martire parla del suo giro del mondo col pianoforte
Alessandro Martire ha portato la sua musica nei posti più belli del pianeta e fra i meno accessibili, se si tratta di arrivarci con un pianoforte: il Charyn Canyon in Kazakistan, il deserto dei Pinnacoli in Australia, le guglie del duomo di Milano… Il suo quinto album, Places of Music – Postcards from Soul, di Warner, l’ha presentato a Londra: «Sono cartoline interiori scritte per dare voce ai luoghi», spiega, «come Ice Hills, coi suoni di cascate e geyser dell’Islanda. C’è anche il video: il luogo m’ispira e diventa palcoscenico». Questo compositore giramondo di 33 anni è nato a Como, si è perfezionato al College of Music di Berklee, ha scelto di vivere in un paesino di mille abitanti sul lago natio, a Pellio, in Val d’Intelvi. Qui, in pieno Covid, ha creato uno strano, aerodinamico pianoforte, Waves, che ora è sempre con lui, spesso trasportato in elicottero o smontato e rimontato per entrare in posti come le grotte di Frasassi, trecento metri sotto il suolo, fra stalattiti e stalagmiti. Il concerto di giovedì 26 marzo all’Adi Design Museum di Milano, è già sold out.
Com’è nato questo piano?
«Da appassionato di design, ho ideato una forma che evoca le onde, la natura primordiale e il viaggio. È nato in pandemia perché falegnami, architetti, artigiani, avevano tempo di darmi retta. Prima del 2020, ero sempre in tour, avevo girato Russia, Asia, Australia, tanti paesi arabi ed europei… Di colpo, ero bloccato a casa e mi sono detto che era arrivato il momento di costruire il mio piano. L’ho inaugurato con un concerto galleggiante sul lago di Como».
Anche la piattaforma galleggiante se l’è inventata lei?
«Non è stato facile, la volevo specchiante. È stato bello dividerla con artisti arrivati da tante parti del mondo».
Qual è il posto più impervio in cui ha portato Waves?
«Il Monte Rosa a oltre tremila metri, con l’elicottero e il vento. O Sankt Moritz sul lago di Staz ghiacciato. Era il 2021, il ghiaccio c’era ancora. Il mio è anche un modo per dare messaggi su rispetto della natura ed ecologia. Ma spostare Wawes ogni volta è un’impresa e ora ne sto costruendo altri, destinati a rimanere negli Emirati, in America e altrove, affidati a musei di design».
A 22 anni fondò l’associazione Infinity Sound e nel 2019 il Lake Endless Joy Festival. Come nasce in un ventenne tanta intraprendenza?
«Intraprendenza, dice? Se qualcuno ti ha dato il dono di scrivere musica, devi fare lo sforzo di portarla in giro. Sono progetti che nascono dalle mie passioni: musica e sport, che per me sono linguaggi di inclusione. Con la fondazione, ogni estate, dedico due giornate a uno sport, organizzando una partita fra una squadra di ragazzi disabili e una di campioni. E poi coinvolgiamo tutti in attività nella natura, in valle: la smielatura, il formaggio, il lavoro con le piante. Nel festival, invece, suono sull’acqua del lago, in un bosco all’alba... È un modo di restituire energia ai luoghi in cui vivo».
La musica era nel Dna di famiglia?
«Per niente. Ho genitori normalissimi che di musica non sanno nulla. Ho iniziato a suonare a undici anni, con un corso delle scuole medie, e a comporre da solo, a 15. Arrivato a Berklee, non sapevo cos’era un editore o una casa discografica e lì ho anche imparato a essere manager di me stesso. La laurea in Relazioni Internazionali alla Statale di Milano, invece, mi ha insegnato a muovermi nel mondo. Se un Paese m’ispira, trovo il modo di arrivarci e realizzare i miei progetti. Per esempio, grazie all’Istituto italiano di cultura, fra i monumentali moai dell’Isola di Pasqua, ho scritto Rapa Nui, che è nel nuovo album».
Sogni di cinema
«La mia musica è cinematica, il sogno
è lavorare con Nolan
e Guadagnino»
Le piace quando definiscono la sua musica «neoclassica»?
«Sì, ma per me è soprattutto “cinematica”, perché prende forza con le immagini che evoco. Infatti, vorrei lavorare per il cinema. Sogno un connubio con un regista».
Due registi in cima alla lista?
«Luca Guadagnino. Christopher Nolan. E amo l’incontro con generi diversi: alcuni producer hanno remixato i miei brani rendendoli più elettronici, ho collaborato con cantanti pop americani e inglesi. M’interessa il confine tra suono e immagine: spot, video, sound design».
Che ci faceva con Sharon Stone in una foto su Instagram?
«È venuta a vedermi a Los Angeles per caso. È stato un incontro piacevole».
Perché fa più concerti all’estero che in Italia?
«Perché in molti Paesi i ragazzi vanno a un concerto di classica come da noi escono per l’aperitivo».
In definitiva, quale posto la ispira di più?
«Casa mia in Val d’Intelvi, perché è il luogo di pace in cui raccolgo tutte le emozioni dei miei viaggi».