Corriere della Sera, 23 marzo 2026
Intervista a Vitantonio Lovallo
«Se il Padreterno non sa quanti anni ho, non mi richiama a sé». E allora speriamo salti questa pagina e non legga che Vitantonio Lovallo, per tutti in paese «Zitòn», il 25 marzo compie 112 anni, anche se all’anagrafe fu registrato solo il 28, poiché a viaggiare sul mulo ci si metteva tanto. È l’uomo più vecchio d’Italia e oggi conosciamo la sua storia grazie a Sara Lovallo, la nipote trentenne, sfogliando le pagine del diario scritto in guerra e ricordando i momenti cruciali della sua vita. Beninteso: Zitòn vive e lotta con noi. E fareste meglio a stargli alla larga, se lo incrociate a Sarnelli, frazione di Avigliano, in Basilicata, quando la luna gli gira storta, perché in quei momenti getta via il bastone e tira dritto per la sua strada. «Potere dell’adrenalina», scherza Sara. «Il nonno dovrebbe usare il girello, ma guai a farglielo vedere. Eppure, fino ai 109 anni si sbarbava da solo». A fargli lo sgambetto, a 108, è stata la demenza senile: prima qualche buco di memoria, poi un accesso d’ira, frasi sconquassate. Da un anno i momenti lucidi sono pochi. Come quando fu ricoverato per cinque giorni e disse: «Il mio corpo vuole morire, ma il mio cuore no».
Il primo ricordo con lui?
«Avevo 4 anni ed era venuto per il battesimo di mia sorella. Lui ne aveva 85. Aveva fatto 12 ore in treno: Sarnelli-Foggia, Foggia-Milano, Milano-Brescia; noi vivevamo a Coccaglio. Ricordo che mi portò al parco e mi lanciò per aria. Non mi rendevo conto che la sua forza era straordinaria».
Era la prima volta al Nord?
«C’era già stato per il matrimonio di mio padre, nel 1988. Poi non è più voluto tornare».
Fino a quando ha lavorato?
«Fino a 106 anni, in campagna: aveva le pecore, la vigna e i campi. Ora sono rimasti solo i conigli e le galline. Comunque fino ai 108 anni faceva la supervisione: ce lo portava in auto zia Maria, che ha 79 anni. L’altra zia che vive con loro, Lucia, ne ha 88».
Suo nonno guidava?
«No, mai avuto la patente. Non aveva voluto imparare nemmeno ad andare in bici. Usava il mulo: da giovane era stato mulattiere. Diceva che gli asini erano sensibili, intelligenti, forti. Da bambino dormiva accanto a uno di loro».
Accanto al mulo?
«Sì. Abitavano in una stanza di pietre, con gli animali».
Sua nonna c’è ancora?
«No, è mancata a 98 anni, nel 2015, per una leucemia. Si erano conosciuti in paese, dove lei era stata mandata per guarire da una pleurite. Era indipendente e volenterosa e la madre di mio nonno se ne era invaghita, così gliel’aveva proposta: si sposarono nel 1936. Zia Lucia nasce nel 1938. Nel 1940 zio Vincenzo, che però muore a pochi mesi per una meningite. Zia Maria nel 1946 e mio padre nel 1952».
Quando parte in guerra lascia a casa moglie e figlia.
«Sì. All’inizio riusciva a tornare ogni tanto, e zia Lucia si spaventava a vedere questo estraneo vestito da soldato. Poi in Grecia l’8 settembre 1943 fu fatto prigioniero dai tedeschi e portato a Rodi Egeo in un campo di internamento, fino al 27 novembre 1943».
Glielo ha raccontato lui?
«Un po’ sì, e un po’ lo ha scritto nel suo diario. Aveva la terza elementare, era l’unico del suo Raggruppamento Artiglieria a saper scrivere: si occupava della posta per tutti».
Cosa scrisse di quei giorni?
«Mi ha colpito il passaggio dalla Grecia alla Germania, dove finì in un campo di concentramento, come Internato militare italiano. Glielo leggo: “Ci fecero partire da Rodi il 23 novembre 1943 via mare. Dopo 24 ore di navigazione siamo stati avvistati dal nemico e ce la siamo passata male: abbiamo sentito un colpo di cannone e abbiamo visto tremare tutta la nave. Allora abbiamo detto: sia come vuole la Madonna. Siamo rimasti dov’eravamo, rimettendoci alla Sua volontà, e per fortuna ci hanno lasciati stare”».
Della Germania che ricordi aveva?
«Non me ne ha mai voluto parlare, ho letto tutto sul diario. È stato internato nel campo di Sagan-Stalag VIII C fino all’8 maggio 1945, quando le truppe russe li liberarono. Tornò in paese il 27 ottobre 1945. Ai lavori forzati doveva costruire la ferrovia. Per sei giorni non mangiarono nulla. Certe volte faceva così freddo che non riusciva nemmeno a sbottonarsi i pantaloni».
Quando ha avuto la prima televisione?
«Negli anni 80, e solo perché mio padre gliel’ha regalata. A casa sua, da bambina, guardavo i cartoni animati in bianco e nero. Era allergico alle tecnologie: pure la radio l’aveva portata mio padre».
Andava a votare?
«Sì, sempre: credo fosse democristiano».
E a messa?
«No, pur essendo molto credente. Ma la vita nei campi non gli ha mai lasciato tempo. Quando si è sposato mio padre il suo problema principale era trovare qualcuno che gli tenesse gli animali».
Che cosa mangia?
«Segue una dieta mediterranea, con molti legumi e frutta e verdura a chilometro zero, cioè della sua terra. Fino a un paio d’anni fa beveva anche un bicchiere di vino a pasto: il vino che produce lui. Da bambina, con mia sorella e mio fratello pigiavamo i grappoli con i piedi durante la vendemmia. Una cosa gli piaceva tanto, e non la mangiava più».
Quale?
«La carchiola: una piadina fatta con farina di mais, riempita di verdura e lardo, cotta sulla brace. Se la portava in campagna per il pranzo».
Prende farmaci?
«Da anni una volta al giorno la cardio aspirina, più qualche integratore. Ricorda bene cosa deve prendere e se sul palmo della mano gli metti una pastiglia diversa, lui non la tocca».
Al Covid come reagì?
«Quando dovette fare il vaccino, poiché i medici tardavano ad arrivare a casa sua, ci andò sulle sue gambe, indossando l’abito buono. Peraltro tutto quello che mette glielo cuce zia Maria, che studiò da infermiera e da sarta».
Ha conosciuto suo marito?
«Sì, certo! La prima volta che gli mostrai una foto lo colpì la barba. “Solo gli ingegneri e i medici possono portare la barba”, disse. “In campagna non puoi, troppo pericoloso”. Giorgio è ingegnere».
Secondo lei qual è il segreto della sua longevità?
«Mio nonno amava la sua terra e ha sempre amato la vita. Pure nel diario, in guerra, una volta scrisse: “Era una giornata triste più della morte e io veramente avevo chiesto la morte per non patire in quella maniera. Ma poi ho pensato: no, no, è meglio patire che morire».