Corriere della Sera, 23 marzo 2026
Trump si sta infilando in un vicolo cieco
Perché dirsi felice per la morte di qualcuno che dieci anni fa aveva indagato su di lui (tra l’altro senza nemmeno arrivare a formalizzare un’accusa)? Qual è la logica della minaccia di lasciare l’Iran al buio distruggendo le sue centrali elettriche se lo stretto di Hormuz non verrà riaperto subito quando è ormai evidente a tutti che un regime degli ayatollah votato al martirio è disposto a tutto e mantiene la capacità (con missili e droni) di reagire in modo altrettanto estremo distruggendo gli impianti petroliferi dei Paesi del Golfo trasformando la crisi energetica in catastrofe economica?
Sempre nel tentativo di trovare in parole e azioni così devastanti una strategia o anche un calcolo ferocemente razionale, c’è chi pensa che Donald Trump sia alla disperata ricerca di diversivi per spostare l’attenzione dai fattori che, nei sondaggi, stanno mettendo alle corde lui e i repubblicani: prezzi troppo alti mentre crescita e occupazione si fermano invece della promessa «età dell’oro» e la sempre incombente ombra di Epstein. E, poi, le accuse agli europei, la Nato ridotta dal Paese che l’ha creata a «tigre di carta», i leader di Gran Bretagna e Ucraina insultati mentre offrono aiuto: portaerei inglesi e tecnologia anti-droni ucraina.
Sortite che, pur nell’aspetto ridicolo della richiesta d’aiuto fatta non perché serva, ma per dare voti di fedeltà agli alleati, potrebbero rappresentare il disperato tentativo di un presidente che si è messo in trappola da solo di coinvolgere altri partner per condividere le responsabilità di una guerra sconsiderata e dei relativi danni.
Purtroppo, per l’ennesima volta, la ricerca nelle mosse di Trump di un filo logico, di un obiettivo geopolitico, non porta da nessuna parte. O, meglio, la logica è sempre la stessa: parlare e agire in modo da apparire, almeno agli occhi dei suoi fan, come il vincitore, quello che non si piega, un capo implacabile che continua a seguire gli insegnamenti del suo mentore giovanile, Roy Cohn: mai riconoscere un errore, mai un passo indietro.
Chi si sorprende quando The Donald festeggia la morte dell’ex capo dell’Fbi, Robert Mueller, dovrebbe ricordare che fin dalla sua prima campagna elettorale, dieci anni fa, la mancanza d’empatia fino all’ostentazione della crudeltà sono state il suo marchio di fabbrica: dal giovane disabile che gli rivolgeva domande sgradite preso in giro imitando i suoi handicap fisici, agli immigrati messicani criminalizzati in blocco come ladri, spacciatori e stupratori. E poi, siccome Trump punta (con innegabile efficacia) a concentrare su di sé l’attenzione usando espressioni sempre più estreme, ecco il passaggio dalla criminalizzazione al desiderio di sopprimere l’avversario, condannandolo a morte.
Trump ha cominciato invocando il plotone d’esecuzione per il capo di stato maggiore del suo primo mandato, Mark Milley, ma poi ha continuato senza freni. Per i giornalisti che lo contestano, bollati in passato come «nemici del popolo» ora c’è l’auspicio del patibolo. E anche i sei parlamentari democratici che un paio di mesi fa hanno invitato i militari a rifiutarsi di eseguire ordini palesemente illegali per Trump sono traditori da passare per le armi.
Siamo ormai assuefatti a queste esternazioni. Tollerate anche dai politici del suo partito che minimizzano: esuberanza dialettica, parole eccessive, anche pericolose, ma pur sempre parole. Ora, però, non sono più solo parole: una guerra per la quale rischiano di non esserci vie d’uscita praticabili. Rischiamo lo scontro a oltranza tra il fanatismo religioso dei pasdaran e gli errori di calcolo del Trump narcisista che voleva passare alla Storia come il presidente capace di demolire il regime canaglia tollerato dai suoi predecessori.
Ci sono voci di negoziati indiretti, sotterranei. Difficile che capi iraniani sfuggiti (per ora) allo sterminio del vertice del regime, accettino compromessi. Servirebbe comunque moderazione, andrebbero abbassati i toni, se si volesse riaprire uno spiraglio. Ma, mentre il suo vice JD Vance, da sempre contrario a una guerra nel Golfo, resta in silenzio forse anche per lasciare spazio ai negoziatori, Trump continua ostentatamente a lanciare ultimatum ai quali tutti, anche nella sua amministrazione, sanno che gli iraniani non si piegheranno.