Corriere della Sera, 23 marzo 2026
Da Saddam agli ayatollah. Obiettivo Dimona
Dai primi sospetti di Nasser nel 1967, agli Scud di Saddam Hussein del 1991, sino ai missili iraniani delle ultime ore: il centro nucleare di Dimona è sempre stato un simbolo della potenza di Israele e dunque un’ottima ragione per i suoi nemici per colpirlo. Un obiettivo speciale, che, come tutti i simboli che si rispettino, è ammantato da un che di indefinito con significati che variano a seconda dei tempi e delle circostanze. Gli israeliani hanno sempre mantenuto la politica del diniego, o comunque del rigoroso no comment. Se ancora oggi chiedete a qualsiasi portavoce governativo – sebbene sia ben noto che il Paese da oltre un paio di decenni possiede tra 100 e 200 bombe atomiche, incluse le potenti testate termonucleari all’idrogeno, montate su missili balistici di ultima generazione -, la risposta sarà che Israele non intende essere il primo Paese dotato di un arsenale nucleare in Medio Oriente. Ci sono stati casi di giornalisti e ricercatori israeliani costretti a censurare i loro libri e bloccare le pubblicazioni che ne parlassero in modo esplicito.
Ma il segreto di Pulcinella dell’atomica di Dimona cominciò a svelarsi già con i voli di ricognizione ad alta quota dei caccia egiziani nel maggio del 1967. Si era a poche ore dallo scoppio della Guerra dei Sei Giorni, la sfida per il controllo del Sinai stava per cominciare, e il presidente Gamal Abdel Nasser voleva capire cosa ci fosse di vero nella voce diffusa tra i servizi di intelligence per cui alle porte del Negev, nei pressi delle dune sassose e aride a sud della sonnolenta cittadina di Dimona, gli israeliani stessero costruendo le loro atomiche.
Il disegno di Ben Gurion
Le aveva volute già alla fine degli anni Cinquanta il carismatico padre fondatore dello Stato, David Ben Gurion. L’idea dominante era quella tipica di tutti i politici e militari israeliani vissuti ai tempi dell’Olocausto: mai più. Lo Stato nato tre anni dopo la fine della Shoah non avrebbe mai permesso un altro annientamento degli ebrei. Da qui il principio dell’«eccezionalità» delle ragioni di Israele, che potevano violare il diritto internazionale, le convenzioni di Ginevra e pure gli argomenti dell’alleato americano. In questa luce: Israele non solo aveva il diritto a possedere l’atomica, ma si riservava quello di eliminare le atomiche dei suoi nemici, come infatti poi è avvenuto con i bombardamenti contro il reattore nucleare iracheno di Osirak nel 1981, quello in Siria a Deir el-Zor nel 2007 e negli ultimi due anni contro i siti in Iran. Washington era assolutamente contraria all’atomica di Israele. Fu un giovanissimo Shimon Peres che andò a Parigi per chiedere in gran segreto la collaborazione dei francesi.
Il sito venne costruito in giganteschi bunker sotterranei, ma nel 1967 erano in preparazione solo due o tre ordigni molto rudimentali. Però difesi benissimo, tanto che quando un Mirage israeliano danneggiato entrò erroneamente nello spazio aereo di Dimona venne abbattuto senza alcun avvertimento. La zona fu circondata da campi minati e fili spinati, impossibile avvicinarsi via terra. Durante la festa del Kippur ebraico nel 1973 l’attacco egitto-siriano colse gli israeliani assolutamente impreparati. Per un attimo si temette per le sorti del Paese, tanto che l’allora premier Golda Meir ordinò di aprire i silos atomici. Una mossa che convinse il Pentagono a mandare tank, missili e munizioni per evitare che si passasse al conflitto non convenzionale.
Le foto proibite
A riportare l’attenzione su Dimona nel 1986 fu il tecnico nucleare israeliano Mordechai Vanunu, che mostrò all’opinione pubblica internazionale una sessantina di foto scattate clandestinamente dell’interno dei sotterranei e documentando un programma che conferma Israele a sesta potenza nucleare mondiale. Tanto clamore fu forse tra i fattori a guidare Saddam Hussein nel 1991, durante la Prima Guerra del Golfo, quando sparò una quarantina di vecchi missili Scud contro Israele e, di questi, forse cinque o sei verso Dimona. Ad oggi il loro numero e le località degli impatti restano segrete. Ma la notizia servì alla propaganda irachena per ribadire che era stata sfidata «l’atomica sionista». Sono le stesse parole che arrivano adesso da Teheran. L’argomento iraniano rispecchia quello di tutto il mondo arabo da decenni: perché mai Israele può avere l’atomica e noi no? Anche oggi la censura israeliana resta molto stretta. Conosciamo i dettagli dei danni sui civili di Dimona e Arad, ma nulla ci viene detto dei bunker segreti. Non è neppure certo che le atomiche siano ancora nei vecchi silos. Teheran può continuare a parlare di «vittoria» contro il centro atomico: è stato colpito il simbolo, non la base militare. Allo stesso modo nel giugno scorso Trump ci diceva che aveva eliminato «per sempre la minaccia atomica iraniana», salvo adesso scatenare un’altra guerra dagli esiti incerti.