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 2026  marzo 23 Lunedì calendario

L’escalation sui civili iraniani

Trump minaccia, gli ayatollah rispondono alzando la posta. Il ciclo bellico, tra bluff e bombe vere, continua su questo sentiero aprendo ogni giorno nuovi possibili fronti. Ora è la volta di quello energetico, toccato solo in parte nella prima fase.
Sorpreso dal blocco di Hormuz – così dicono, eppure era stato paventato – il presidente è pronto a ordinare la distruzione della centrale elettrica che alimenta Teheran, coinvolgendo così milioni di abitanti, attività quotidiane e sedi governative. La condizione per evitarlo è la riapertura totale dello Stretto alla navigazione. Gli iraniani replicano su due piani: sono pronti a prendere di mire installazioni analoghe nel Golfo e in Israele; Hormuz – affermano – è chiuso solo ai nemici. Non c’è dubbio che i contendenti, se davvero vogliono portare la sfida fino in fondo, sono in grado di farlo.
Potenziali bersagli
In Iran ci sono centinaia di siti «elettrici» con alcuni snodi più importanti segnalati dagli esperti. Oltre quello di Damavand, nei pressi della capitale, contano i centri di Qaviz per il nord ovest, quindi Ahvaz, Abadan, Busher e Bandar Abbas. È una rete molto ampia, con sottostazioni, diffusa su un territorio esteso. All’opposto i potenziali bersagli in Israele e nelle monarchie sunnite sono concentrati in aree più ristrette e sono inferiori nei numeri, quindi le ripercussioni sarebbero molto serie. Un’agenzia vicino ai pasdaran per rinforzare il monito sulla ritorsione ha pubblicato una mappa su sfondo nero con il titolo «dite good bye all’elettricità» dove sono indicati i principali bersagli. E le preoccupazioni crescono maggiormente nel caso finiscano sotto tiro anche gli impianti di desalinizzazione così cruciali per la popolazione, in particolare negli Stati del Golfo Persico.
Molti hanno ricordato quanto è avvenuto nel conflitto in Ucraina, con l’offensiva sistematica della Russia per lasciare al freddo e al buio le città. Una campagna mirata a neutralizzare l’intero sistema rendendo però impossibile la vita ai civili. Kiev ha retto grazie alla tenacia, alla volontà di resistere, agli aiuti degli alleati che hanno inviato centinaia di generatori, rilevanti per molti aspetti quanto gli equipaggiamenti bellici.
Tempi di riparazione
Gli esperti hanno sottolineato che per mettere in crisi il network non è sempre necessario ricorrere a strike massicci: sono diffuse, da tempo, bombe con filamenti che provocano danni consistenti. Chi attacca non solo vuole mettere fuori uso il target ma cerca anche di rendere più lunghi i tempi di riparazione. Compito reso maggiormente difficile se i tecnici devono agire sotto gli strike e con la possibilità che vi siano ondate successive. Ciò che hanno appena riportato in servizio rischia di essere «infranto» di nuovo. La crisi ucraina ha fornito indicazioni utili per chi è all’offensiva come per i difensori. Zelensky, dopo aver messo a disposizione degli emiri gli esperti anti-drone, potrebbe inviare «gli elettricisti».
Testate e crateri
Gli sviluppi delle ultime ore hanno delineato particolari tattici interessanti. I guardiani della rivoluzione continuano a «sparare» missili usando lanciatori mobili (tirano e si nascondono nei bunker), con la dispersione delle armi e con un comando-controllo ancora bene attivo. I punti di tiro oscillano tra il settore nord-occidentale e quello centrale mentre in diverse occasioni – come sabato a Dimona – bucano lo scudo israeliano. Gli osservatori aggiungono che le submunizioni rilasciate dalle testate siano ora più potenti, dato ricavato dai crateri causati in alcune località israeliane.
Per contrastare la minaccia le forze israeliane e l’Us Air Force hanno intensificato le incursioni concentrandosi su componenti diverse. La lotta ai lanciatori (mezzi ed artiglieri), condotta anche con il ricorso a droni. I bombardamenti sull’accesso ai tunnel che ospitano i missili e le fabbriche che producono le componenti. Gli strike nella regione costiera collegati ad un’eventuale mossa su Hormuz. La caccia ai membri delle forze di sicurezza per indebolire l’apparato repressivo. Molte le foto a corredo per documentare i raid.
Escono speculazioni su future operazioni terrestri statunitensi, si oscilla tra missioni ridotte e concentrate a manovre ampie, si discute se esiste davvero questa volontà oppure siano dei diversivi. È una crisi anomala dove i protagonisti annunciano le mosse e dettano condizioni già respinte finendo in una trappola della quale è arduo districarsi.