Corriere della Sera, 23 marzo 2026
L’Iran sfida l’ultimatum di Trump con il blocco di Hormuz
L’ultimatum vuole sbloccare lo Stretto di Hormuz che adesso gli iraniani minacciano di bloccare del tutto a causa dell’ultimatum. È la rappresaglia annunciata dai Pasdaran, se Donald Trump (alla scadenza questa sera sul fuso del presidente americano) darà ordine di bombardare le centrali elettriche iraniane: «Cominceremo dalla più grande», aveva scritto come sempre in lettere maiuscole sul suo social media Truth. «Funzionerà, con la distruzione totale dell’Iran», ha ripetuto ieri sera.
Sarebbe la strategia che Scott Bessent chiama in un’intervista alla emittente Nbc: «Aumentare la tensione per ridurre la tensione». Ovvero sparare proclami sperando di intimorire gli avversari e rischiare di dover sparare bombe se i nemici tengono duro. Il segretario al Tesoro usa invece l’esempio di un’arte marziale (il jiu jitsu) per giustificare la decisione di aver sospeso le sanzioni sul petrolio esportato dagli ayatollah: «Usiamo il loro greggio contro di loro perché così siamo in grado di controllare a chi finisce e come vengono usati i fondi». Come sul tatami le tecniche più convolute sono spesso le più rischiose ed espongono ai contrattacchi.
In ogni caso ieri Trump – sempre via Truth – ha dichiarato «l’Iran morto» per poter passare così a quello che «è il peggior nemico dell’America: il partito democratico». Il leader americano sembra rievocare una sentenza espressa da Henry Kissinger a proposito dei governi israeliani: «Non hanno una politica estera, ma solo una politica interna». Che si adatta pure a questi mesi in cui Benjamin Netanyahu sta conducendo le campagne militari e allo stesso tempo manovra per quelle elettorali.
Il primo ministro israeliano ha visitato Arad, nel deserto del Negev, che sabato sera è stata centrata da un missile non intercettato, i feriti sono quasi 180: attorno a lui la devastazione e quelli che sono sostenitori del suo Likud, primo partito nella cittadina, sapeva che qui non sarebbe stato contestato davanti alle telecamere. Per quelle della Fox, l’emittente americana vicina a Trump, invoca l’intervento di altre nazioni nel conflitto a fianco di Israele e degli Stati Uniti: «Che cosa aspettano i leader del mondo libero? L’Iran è un nemico della civiltà». Mentre il presidente accusa ancora una volta la Nato «di essere una vergogna».
Perché un Iran futuro possa prosperare dopo la dittatura fondamentalista interviene Reza Pahlavi, il figlio dell’ultimo scià, che da Washington si appella a Trump e a Bibi: «Risparmiate le infrastrutture civili. Appartengono al popolo e a un Paese libero». Quindi chiede di non bombardare le centrali elettriche. Nell’equazione della deterrenza che stanno cercando di stabilire in queste oltre tre settimane di guerra, i pasdaran avvertono: «Colpiremo le fonti energetiche» dei Paesi del Golfo, sempre sotto il fuoco di missili e soprattutto droni. Il Medio Oriente rischia di finire nel buio di un conflitto ancor più fuori controllo. Il regime porrebbe sei condizioni per terminarlo, riferite dall’agenzia Tasnim, megafono dei Guardiani: chiede, tra l’altro, la chiusura delle basi americane in Medio Oriente, la garanzia di non essere più attaccato, un nuovo sistema per Hormuz (di fatto ottenere pagamenti per il passaggio) e l’estradizione dei giornalisti anti-iraniani. Tutte richieste inaccettabili, non solo per gli Stati Uniti e Israele.
A Tel Aviv la prima sirena è suonata ieri mattina alle 8 e gli allarmi sono andati avanti fino al primo pomeriggio, 7 in totale: gli iraniani vogliono sfibrare gli abitanti della metropoli sul Mediterraneo, lanciano missili che spargono bombe a grappolo, frammentano con le esplosioni quel poco di normalità quotidiana. Un ordigno è esploso vicino al teatro Habima, in pieno centro, un altro ha distrutto un palazzotto dalle parti del mercato Carmel, tra i simboli della città e di solito pieno di gente, mentre in questi giorni molte delle bancarelle restano chiuse. L’Hezbollah continua a colpire il nord del Paese e un agricoltore è stato ucciso lungo in confine, l’esercito sta indagando se si sia trattato di «fuoco amico» durante uno scontro. Israel Katz, il ministro della Difesa, annuncia di voler applicare il «modello Gaza» ai villaggi nel sud del Libano: distruzione e macerie. L’aviazione ha spezzato il principale ponte che collegava queste aree con la capitale Beirut per impedire ai miliziani sciiti filoiraniani di scendere verso la frontiera, ma bloccando anche la fuga degli abitanti dalle bombe.