Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  marzo 23 Lunedì calendario

Monti parla di Bossi

I fischi arrivano mentre attraversa la folla a Pontida. «Vergognati», «vai via», «venduto». Tra i presenti, oltre alla ministra Daniela Santanchè, nel mirino finisce anche il senatore a vita Mario Monti, arrivato per l’ultimo saluto a Umberto Bossi.
Professor Monti, se lo aspettava?
«Ci tornerei senza esitazioni. I fischi fanno parte delle cose, non mi hanno fatto effetto. Forse qualcuno è rimasto sorpreso nel vedermi lì. Diversi leghisti, e pure Matteo Salvini e Giancarlo Giorgetti, sono poi venuti a chiedermi scusa e a ringraziarmi. Non è successo solo a me. Ci sono stati cori anche contro altri, Salvini in primis. E devo dire che non mi sarei mai aspettato un accostamento giornalistico tra me e Santanchè, anche se per motivi diversi…».
Perché ha deciso di essere ai funerali del Senatùr?
«Ho forte rispetto per chi dedica la vita alla politica, non per interesse personale, ma per affermare le proprie idee, anche quando sono lontane dalle mie. L’essenza di Bossi era questa. E questo rispetto resta, nonostante il fondatore della Lega, in passato, abbia usato contro di me parole molto dure».
Si riferisce agli attacchi durante il suo governo?
«Sì. Nel 2012 Bossi ebbe espressioni pesanti nei confronti miei e del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, per le quali fu anche condannato. Ma questo non toglie nulla alla considerazione per la sua figura».
Quando lo conobbe?
«A Milano, nel 1987, a casa di Delfina Rattazzi, figlia di Susanna Agnelli, contesto non proprio “bossiano”. Accettai volentieri di incontrarlo. Io non sono solo lombardo, ma varesino: volevo conoscere meglio quel mondo».
Il vostro incrocio più significativo?
«Gennaio 1995. Cade il primo governo Berlusconi, proprio per iniziativa della Lega. Io ero stato appena nominato commissario europeo dal Cavaliere, ma non avevo ancora preso servizio. Nelle consultazioni, anche la Lega fece il mio nome per guidare un nuovo esecutivo».
Una possibilità reale?
«Direi di sì. Ci furono incontri molto riservati con il presidente Oscar Luigi Scalfaro, che era interessato a questa soluzione. Gli dissi con grande sincerità due cose: non mi sentivo ancora maturo per guidare un governo e non ritenevo corretto lasciare l’incarico europeo, appena ricevuto da Berlusconi, per prendere il suo posto a Palazzo Chigi».
Scalfaro insistette?
«Molto. Mi fece anche incontrare, in modo segreto, il governatore di Bankitalia Antonio Fazio per illustrarmi la situazione economica, che era grave. Alla fine, dissi: posso anche rifletterci, ma solo se Berlusconi è d’accordo. Non lo era: preferì che a succedergli fosse un ministro del suo governo e toccò a Lamberto Dini».
Poi però vi ritrovate nel 2011 su fronti opposti.
«È il paradosso. Dopo che Bossi, nel ’95, mi voleva primo ministro, nel 2011 la sua Lega sarà l’unico partito all’opposizione. Io avrei voluto un coinvolgimento più ampio, anche di figure come Roberto Maroni all’Interno. Ma mi spiegò che era una scelta coerente con la loro identità».
Che tipo di interlocutore era?
«Diretto, molto netto. Anche quando eravamo distanti, era chiaro nelle sue posizioni. Ricordo, da commissario europeo, un’interrogazione che rifletteva già la sua visione: si chiedeva se una parte del Nord Italia che produce potesse far parte dell’Europa, e dell’euro, sganciandosi in qualche modo dal resto del Paese. Non era chiaramente possibile, ma fu un segnale molto interessante».
C’è un ricordo più personale che le è rimasto?
«Sì, anche un dettaglio curioso. Bossi è morto nell’ospedale di Varese in cui io sono nato. Ed è morto il 19 marzo, lo stesso giorno del mio compleanno, 83 anni fa. Sono coincidenze, certo, ma colpiscono».
Una foto del Senatùr?
«Una formidabile sveglia. Che ha scosso il Paese, senza però portarlo, per fortuna, dove lui avrebbe voluto».