Corriere della Sera, 23 marzo 2026
Al funerale di Bossi applausi a Meloni e fischi a Salvini
«Vecchio Umberto, una Pontida così non te la saresti immaginata manco tu...». Un militante guarda melanconico il feretro del «Capo» appena arrivato in fondo alla scalinata dell’abbazia di Pontida. Ha ragione. I funerali di Umberto Bossi nemmeno lui avrebbe potuto prevederli così: i militanti che applaudono Giorgia Meloni e contestano Matteo Salvini, l’arrivo di personalità fino a ieri impensabili a Pontida: Ignazio La Russa, Mario Monti, Fedele Confalonieri, Marcello Dell’Utri, Daniela Santanchè. Lorenzo Fontana, il presidente della Camera, non è da includere nell’elenco: a Pontida ci è cresciuto. E si rivede Aldo Brancher, a suo tempo l’anello di congiunzione tra Lega e Forza Italia.
I vecchi cori indipendentisti da tempo scomparsi risuonano forti, incluso quelli che inneggiano al bruciare il tricolore. Non proprio opportuni, con il feretro di Bossi drappeggiato dal Sole delle Alpi lì nella piazza. Giancarlo Giorgetti perde la pazienza: «Adesso piantatela...». Ma ci sono di nuovo i trattori con le bandierine verdi e Mario Borghezio che se la prende con l’auto (forse) di Letizia Moratti: «Signora Moratti, il Nord esiste ancora».
Bossi, certamente, non sarebbe stato felice della «sua» giornata: le divisioni della Lega, di cui lui ha sempre avuto orrore, sono le stesse di oltre 15 anni fa e risuonano aspre. E risultano il segno più vistoso di una giornata che avrebbe dovuto essere di cordoglio.
La prima sorpresa è Giorgia Meloni. Le sue auto si fermano ben oltre la piazza dell’abbazia di Pontida. Lei, facendo rizzare i capelli in testa a chi la scorta, decide di andare a piedi. Lungo il tragitto, nessuna contestazione, anzi: applausi e grida di «brava». Anche quando arriva di fronte alla chiesa, accolta come tutti gli altri da Giancarlo Giorgetti che fa gli onori di casa, si levano alcuni applausi. Certo, quando sale le scale del monastero risuona forte il coro «Secessione, secessione». Ma più che a lei, che è già oltre, pare che l’urlo sia nello spirito della giornata così come inteso dai due gruppi dei fuoriusciti leghisti, il Patto per il Nord di Paolo Grimoldi e il Partito popolare per il Nord di Roberto Castelli che hanno strategicamente presidiato l’area di fronte all’abbazia.
Molto peggio va a Matteo Salvini, al centro di cori ricorrenti sempre più arrabbiati. A fare impazzire alcuni è il fatto che il segretario leghista indossi la camicia verde con la cravatta verde: «Toglitela, rispettala!». C’è chi ribatte: «È anche la sua storia...», ma viene sopraffatto. Le vecchie divisioni, per molti, sono carne viva anche oggi.
Quando Salvini bacia su una tempia la moglie di Bossi, Manuela Marrone, c’è chi dà i numeri: «Vergogna! Il bacio di Giuda!». Dopo la cerimonia, quando l’auto funebre si ferma di fronte al «Sacro prato» dei raduni, la fidanzata di Salvini, Francesca Verdini, decide di averne abbastanza. Va di fronte a un esagitato che si sgola («Ridacci la Lega») e gli dice in faccia: «Sei a un funerale, cafone. Vai a casa...». Mentre Marcello Dell’Utri, a chi gli chiede cosa pensasse Bossi della Lega salviniana, risponde ironico: «Stendiamo un velo pietoso».
Contro quello che avrebbe voluto Bossi, le esequie del «Capo» diventano occasione di rese dei conti verbali tra le varie tribù leghiste ed ex leghiste. Non scampa neppure Irene Pivetti, la ex presidente della Camera. Qualcuno le grida qualcosa sulla sua uscita dalla Lega, lei si volta e a brutto muso gli risponde: «Sono stata cacciata». Da questo punto di vista se la cava molto meglio Flavio Tosi, ex sindaco leghista di Verona espulso dal partito nel 2015 e oggi in Forza Italia.
Le contestazioni meno comprensibili e più rumorose, molto più che quelle a Daniela Santanchè, sono quelle nei confronti di Mario Monti. «Venduto» gli grida mezza piazza. A suo tempo un avversario politico, certo. Ma l’omaggio meno dovuto, quello dell’ex premier, forse doveva essere il più apprezzato. A quanto pare, non è stato così.