Corriere della Sera, 23 marzo 2026
L’ultimo saluto di Pontida a Bossi
Fosse stato un semplice spettatore, avrebbe commentato la scena con uno di quei ghigni sornioni che sfoggiava ai tempi d’oro. Lì, nella piazza dell’abbazia di San Giacomo, le più alte autorità dello Stato (fatta eccezione per il presidente della Repubblica) «costrette» ad ascoltare logan come «Se-ces-sio-ne, Se-ces-sio-ne», già piuttosto indigesto, o cori ancor più incendiari, tipo «Abbiamo un sogno nel cuore, bruciare il tricolore». Al punto da costringere il compunto ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti a invitare i militanti a calmarsi. «Per favore...».
Anche nel giorno dell’addio, insomma, Umberto Bossi ha trovato modo di spiazzare tutti. Ma forse era il prezzo da pagare, una sorta di risarcimento postumo per il fondatore della Lega finito da almeno un decennio in un limbo per le sue condizioni fisiche e per il netto cambio di strategia politica di Matteo Salvini. Ci sono state anche le contestazioni e qualche urlo sgraziato nei confronti del vicepremier presentatosi in camicia verde, ma la mattinata è stata per il resto un omaggio carico di affetto, di nostalgia, di rimpianto anche, per un uomo che per molti era più di un semplice leader politico.
C’erano le istituzioni, dalla premier Giorgia Meloni accolta tra applausi e coretti «Gior-gia, Gior-gia» ai presidenti delle Camere Ignazio La Russa e Lorenzo Fontana, ministri vari (Roberto Calderoli, Giuseppe Valditara, Daniela Santanchè), il vicepremier Antonio Tajani, il senatore a vita Mario Monti, parlamentari (anche Enrico Borghi di Italia viva), presidenti di Regione ed ex (Attilio Fontana, Massimiliano Fedriga, Alberto Stefani, Luca Zaia) tanti volti della Lega che fu (da Roberto Castelli a Mario Borghezio passando per Irene Pivetti) e personalità varie (come Marcello Dell’Utri e Fedele Confalonieri). Ad accogliere tutti sul sagrato il ministro Giorgetti, amico di Bossi da quarant’anni, molto provato.
La famiglia del Senatur era presente (quasi) al completo: la consorte Manuela, i figli Renzo, Roberto Libertà ed Eridano Sirio. Non era con loro il figlio della prima moglie, Riccardo. Ai familiari il popolo leghista ha tributato un caldo abbraccio. In alcuni momenti, tra cori, bandiere con il Sole delle Alpi e vessilli autonomisti, è sembrato di rivivere l’atmosfera dei raduni nel vicino pratone. Quel «Bos-si, Bos-si» non si sente più da tempo alle iniziative della Lega.
Tanti gli occhi lucidi, un fiume inarrestabile le testimonianze sulle battaglie vissute con Bossi come líder máximo. C’è chi ricorda quella volta sul Po, chi era a Venezia quando Bossi maltrattò il tricolore, chi si vanta di non aver saltato una Pontida e chi dice che la Lega attuale non ha nulla a che spartire con quella che «mi ha cambiato la vita». C’è chi è sinceramente rattristato e chi è venuto solo per dimostrare che esiste ancora. La mattinata è un grande caleidoscopio che mostra di tutto un po’. Per cui non può mancare nemmeno, secondo usi e costumi leghisti di ieri e di oggi, la cornamusa per scandire con le sue note struggenti i momenti più emozionanti della mattinata. Così come risuona sulla piazza, cantato dagli alpini, il Va’ pensiero caro a Bossi e da tempo assente alle cerimonie del partito.
Il momento più struggente è il breve corteo che parte dall’abbazia e che vede il carro funebre raggiungere, per una breve sosta, il sacro suolo teatro di tanti giuramenti. Due ali di folla fanno da cornice al feretro. La gente invoca Umberto, canta cori, si accendono fumogeni verdi. Gli occhi di tutti si fanno lucidi, è la consapevolezza che è davvero arrivato il momento del distacco. In mezzo alla folla si intravedono i volti commossi di Salvini, di Zaia, di Fedriga, di Centinaio. Davanti al carro funebre c’è uno striscione portato da militanti con il capogruppo al Senato Massimiliano Romeo: «Grazie Capo, la tua storia vivrà sempre con noi». Il congedo definitivo, prima della partenza per Varese dove Bossi sarà cremato (e sepolto a Cassano Magnago), tocca al suono della cornamusa.
Ma centinaia di persone sostano ancora per un po’ sul pratone. È come se volessero fermare il tempo per non vedere sparire per sempre un sogno coltivato a lungo (anche se mai realizzato), incarnato da quell’uomo che era lontano ma comunque un riferimento costante. Sì, è vero, c’è chi ora promette che raccoglierà la gloriosa bandiera nordista e si incarica di tornare a sventolarla. Ma l’Umberto non c’è più. E su Pontida cala una serata triste.