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 2026  marzo 23 Lunedì calendario

Abbiamo uno Stretto alla gola

Abbiamo uno Stretto alla gola ed era facile, facilissimo prevederlo. La chiusura dello Stretto di Hormuz (qualche nave di Paesi alleati con l’Iran passa lo stesso) insegna che l’imponderabile domina anche il più tecnologico dei conflitti. E che i danni collaterali, tra cui sono amministrativamente annoverate le vite umane, non sono mai quantificabili in anticipo. Anche se vi è la presunzione di poterlo fare. Ed è questo forse il peccato più grave. La consapevolezza di disporre delle armi più sofisticate alimenta la superbia di chi afferma (il segretario alla ex Difesa, Pete Hegseth) di essere «in guerra per conto di Dio».
Ciò avvicina, pericolosamente, una grande democrazia al fanatismo religioso del regime liberticida e sanguinario che vorremmo veder cadere. Ma non a ogni costo. Colpisce nell’avventurismo di questo conflitto, del quale non si intravvede una possibile fine, che sia stata dimenticata, o colpevolmente sottovalutata, la più immediata delle conseguenze. Non ci volevano fini analisti (anche se qualcuno in America ha pagato per la propria indipendenza di giudizio) né fantascientifici sistemi di intelligenza artificiale per prevederlo. Bastava guardare la cartina geografica.
Lo Stretto di Hormuz non venne chiuso nemmeno nelle crisi petrolifere degli anni Settanta, periodo nel quale assistemmo al quadruplicarsi del prezzo del greggio. Ora rappresenta una formidabile arma in più in mano al regime, più volte decapitato nei suoi vertici (ma farlo sistematicamente non ci avvicina alla barbarie?). Non l’avevano quell’arma, gli è stata generosamente regalata se è vero che tra gli obiettivi dell’attacco militare la liberazione del flusso delle navi commerciali non è mai stata tra le priorità. Anzi, si è sostenuto che non fosse un problema americano e che se la dovessero cavare i Paesi, tra cui l’Italia, commercialmente più esposti. Anche in questo caso, dimenticando o sottovalutando, che il prezzo del petrolio, del gasolio sale per tutti, compreso chi vanta una lucrosa indipendenza energetica. A meno che gli Stati Uniti, per dimostrare la loro tesi geopolitica, non accettino di fare uno sconto sul gas naturale liquefatto che vendono agli europei, noi inclusi, in alternativa a quello russo. Improbabile. L’Italia ora si affanna a chiederne di più all’Algeria per sostituire quello proveniente dal Qatar. Ed è ovvio che si senta rispondere di sì, ma ai prezzi spot, quelli che fa il mercato in questo momento.
È l’economia, bellezza. Slogan di sapore, in America, più democratico, ma interpretato con estrema disinvoltura da Trump, dalla famiglia e dai suoi amici. Ed è anche per questo, conoscendo come il conflitto d’interessi sia stato elevato a virtù diplomatica, che quello che accade ci stupisce. In particolare quando si accusano gli operatori commerciali di non avere coraggio nel passare lo Stretto (la frase è più volgare). Ma se nessuno copre il rischio si supererebbe colpevolmente il limite della temerarietà. I noli, soprattutto delle petroliere – ce ne sono un migliaio bloccate – sono aumentati di dieci volte, raggiungendo anche i 400 mila dollari al giorno (normalmente sono 15-20 mila, la media ora è sui centomila). Anche per l’esplodere dei premi assicurativi. Quindi non si tratta di non avere le «palle» per affrontare il mare aperto. È semplicemente buon senso oltre che cura degli interessi delle compagnie e dei loro clienti, tra cui purtroppo molte aziende italiane. Sia sul lato dell’importazione di prodotti energetici sia su quello dell’esportazione del made in Italy nei Paesi del Golfo (moda, chimica, macchine, agroalimentare).
Il traffico dei container subisce aggravi elevati ma non paragonabili a quelli delle petroliere. Le rotte si allungano di dieci-quindici giorni. Gli unici porti alternativi sono negli Emirati e in Pakistan, già congestionati. Se la guerra finisse in fretta, il ritorno alla normalità (due o tre mesi) sarebbe agevolato dalla grande offerta di container nel mondo. Ma è una timida speranza. I timori non riguardano solo l’effetto dei rincari sull’inflazione, ma persino il rischio di dover razionare le forniture. Da Hormuz non passano solo il petrolio e il gas ma anche una serie di altri prodotti-chiave, per esempio i fertilizzanti indispensabili all’agricoltura mondiale.
L’incertezza e i rischi reali, che si estendono ai passaggi per lo Stretto di Bab el-Mandeb e per il canale di Suez, disegnano un futuro di emarginazione per il Mediterraneo e i porti italiani. Soprattutto se si aprirà ulteriormente (per via del riscaldamento climatico) la via artica. Il corridoio Imec (India Middle East Europe Economic Corridor) è disegnato per collegare, per mare e per terra, l’India all’Europa e vedrebbe Trieste come porto terminale di una via alternativa a quella della seta. Un progetto ambizioso, politico più che commerciale, che già nei giorni scorsi, in una riunione proprio a Trieste, disertata da molti partner, ha subito un colpo ferale.