Il Messaggero, 22 marzo 2026
Hormuz, la bonifica di mine e relitti richiederà molto tempo
Riportare Hormuz al 27 febbraio, cioè al giorno prima dello scoppio della guerra, sarà una operazione lunga e costosissima. La scarsa profondità del mare (ci sono punti dove non si superano i 40 metri) renderà necessaria una bonifica dei relitti affondati o, almeno l’individuazione di canali ancora percorribili. Un lavoro che va fatto con molta precisione, considerando il fatto che una grande petroliera arriva ad un pescaggio di venti metri.
I RELITTI
Navi militari distrutte, navi commerciali affondate e navi danneggiate. I dati raccolti fino ad ora parlano di almeno una nave civile affondata e una ventina di navi posamine iraniane distrutte a cui si aggiungerebbero altre trenta unità militari iraniane di altro genere, colate a picco.
Bonificare da relitti e, soprattutto, da mine. Queste sono le due operazioni indispensabili per aprire al traffico lo Stretto. Per il resto tutto dipenderà dal tipo di riapertura a cui si arriverà e, quando. Un cessate il fuoco? O una riapertura forzata, cioè transito di navi scortate con il conflitto ancora in corso? La seconda ipotesi, evidentemente, è la più costosa e certamente richiederà l’impegno di vari Paesi.
Cominciamo dai numeri. Secondo i dati raccolti da Grafana, attualmente sono 1.194 le unità che stazionano nella zona. Di queste, 558 sono petroliere, 269 portarinfuse, 165 cargo container, 69 Lpg (gasiere), 17 Gnl (metaniere) e 11 Pcc (Pure car carrier, navi che trasportano auto senza passeggeri).
Per far transitare queste navi a un livello di sicurezza accettabile, secondo analisti americani, per un convoglio di cinque petroliere occorrerebbe una protezione che impegna una decina di navi militari, oltre alla difesa aerea e alla protezione elettronica. Il convoglio, inoltre, dovrebbe essere scortato da droni in pattugliamento per neutralizzare eventuali attacchi dalla costa.
È evidente che seguire questa rotta significherebbe impiegare importanti risorse militari e mezzi con un impegno finanziario consistente e protratto per mesi. Le ricostruzioni attribuite all’amministrazione dalla stampa americana parlano della necessità anche di una potenza aerea per neutralizzare in tempo reale missili, batterie costiere iraniane e droni. Insomma, per gli americani sono necessarie scorte navali vere e proprie, con cacciatorpediniere e fregate che dovrebbero navigare accanto alle petroliere.
C’è poi il pericolo mine. Ordigni poco costosi rispetto a droni e missili e, per questo, probabilmente disponibili in grandi quantità. Trappole pericolosissime se liberate in mare in uno spazio ristretto: ricordiamo che Hormuz non supera i trenta chilometri in larghezza. Questo significa che gli iraniani per attuare questa minaccia non hanno bisogno di molto tempo e, soprattutto, di molti ordigni.
GLI ORDIGNI
Su questo fronte, osservatori indipendenti evidenziano che capacità statunitense di contromisure mine non è al massimo storico: in Europa, ad esempio, la Royal Navy ha ridotto sensibilmente il numero di cacciamine, mentre alcuni Paesi dispongono di assetti moderni ma numericamente limitati.
È evidente, comunque, che mentre si cercano mine i tempi si allungano con il risultato che i noli restano alti, le scorte diminuiscono e le assicurazioni schizzano in alto.
Ma sono già state piazzate ragnatele di mine nello stretto di Hormuz? A questa domanda, al momento, non c’è ancora una risposta univoca. Teheran, da canto proprio, continua a ripetere che lo Stretto non è chiuso e che la difesa iraniana colpirà solo navi americane e israeliane. Ed è di ieri, a conferma di questa ipotesi la notizia che l’Iran è disposto ad aiutare le navi giapponesi che vogliono attraversare lo Stretto. Lo ha confermato il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, in un’intervista all’agenzia Kyodo News: «Non abbiamo chiuso lo stretto, dal nostro punto di vista, è aperto. È chiuso solo alle navi appartenenti ai nostri nemici, i Paesi che ci attaccano. Per quanto riguarda gli altri Paesi, le loro navi possono attraversare lo Stretto. Questi Paesi, tra cui il Giappone, devono semplicemente contattare l’Iran per discutere la logistica del passaggio sicuro».
Cosa significa “la logistica del passaggio sicuro”? Una rotta da seguire per evitare mine? Parole tante, certezze poche.