il Fatto Quotidiano, 22 marzo 2026
L’aristocrazia nera stregata dal folklore neomonarchico
Mentre gli insigniti di nuovi titoli cavallereschi sabaudi marciano allegramente per le strade della Repubblica, sotto i tappeti di Casa Savoia si accumula polvere “nera”: nostalgie monarchiche e fasciste, suprematismi e grotteschi balli in costume. A spalancare le porte del Senato al Royal Protocol di Emanuele Filiberto è stata la senatrice FdI Lavinia Mennuni. Ma quell’ambiente in cerca di legittimazione attrae una galassia più a destra che si riaffaccia il 17 e 18 aprile a Casale Monferrato.
Succede due volte l’anno. A organizzare è Pier Felice Degli Uberti, presidente dell’Istituto Araldico Genealogico Italiano e della Commissione internazionale per gli Ordini Cavallereschi (ICOC), nonché consigliere e garante scientifico di Royal Protocol. I momenti clou sono il “Ballo dei 100 e non più 100” e l’investitura nel Vitéz, ordine fondato dal reggente ungherese filo-nazista Miklós Horthy, alleato della Germania nazista nella Seconda Guerra Mondiale. In ginocchio, con un tocco di spadone sulla spalla, avvocati e panettieri diventano “Eroi d’Ungheria”, al costo di 1000 euro. Tra i partner c’è “Aristocrazia Europea”, con il suo “Barone Nero”, l’estremista milanese Roberto Jonghi Lavarini. La vicepresidente, la sedicente principessa georgiana Lali Panchulidze, sarà delegata alla 37esima edizione dell’evento. Residente in Italia da anni, è nota perché nel 2021 fu ripresa da Fanpage mentre trascinava un trolley che credeva pieno di fondi occulti: dentro c’erano libri su Costituzione e Olocausto. Tutto ruota attorno allo stesso Degli Uberti, appoggiato a due pilastri: il “Libro d’Oro della Nobiltà Italiana” e il Corpo della Nobiltà Italiana (CNI). Entrambi a dir poco controversi. Il primo viene presentato come erede del registro nobiliare del Regno. In realtà il vero Libro d’Oro era il registro ufficiale della nobiltà tenuto dalla Consulta Araldica e oggi è conservato all’Archivio di Stato.
Quello attuale è invece una pubblicazione privata collegata al Collegio Araldico e gestita dalla Libro d’Oro Srl, società costituita a Torino nel 2014 e priva di valore giuridico pubblico. Questo registro parallelo viene aggiornato ogni anno e venduto a 320 euro. È lo stesso repertorio richiamato in Senato come riferimento del Royal Protocol che vuol essere l’antidoto alla vendita di falsi titoli nobiliari. Ma c’è di più.
Già nel 1932 un’interdittiva governativa – tuttora vigente – vietò ai privati di usarne il nome per evitare che fosse scambiato per una Gazzetta Ufficiale della nobiltà e usato per vendere titoli. Per riaccreditarsi presso il regime, nel 1938 i gestori della versione commerciale aprirono un “ufficio razziale” privato per collaborare con Demorazza e certificare la purezza ariana delle famiglie. Le famiglie ebraiche cancellate non sono mai state reinserite. Ancora più sconcertante è il Corpo della Nobiltà Italiana il cui statuto adotta integralmente l’ordinamento nobiliare del 7 giugno 1943, richiamando un sistema giuridico che includeva le leggi razziali del 1938. Per questo sistema, il matrimonio tra ariano ed ebrea è nullo ai fini dinastici, così come non sono riconosciuti i figli naturali. Il Royal Protocol finisce così per fare da “scudo tecnologico” a un mondo che odora di muffa, razzismo ed eversione. Il blockchain di Emanuele Filiberto rischia di diventare la lavatrice perfetta per ripulire le peggiori macchie e scorie del passato.