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 2026  marzo 22 Domenica calendario

Intervista a Ilaria Spada

Le trappole c’erano tutte. Perfette per farla scivolare nella consuetudine della bella ragazza destinata a un’onorevole carriera di show girl tv, cui, nel caso più fortunato, avrebbe potuto aggiungersi qualche ruolo cinematografico, ovviamente giocato tutto sull’(ineccepibile) aspetto fisico. E qui sta il bello. Ilaria Spada, nata a Latina nel 1981, ha evitato con cura i tranelli, tirandosi indietro al momento giusto, riuscendo a diventare attrice di commedie, ma anche di storie drammatiche, come Cinque secondi di Paolo Virzì, e soprattutto costruendo un granitico equilibrio familiare, che viene prima di ogni cosa e che comprende essere madre di tre figli e moglie di Kim Rossi Stuart, uno dei divi più intensi e fascinosi del nostro cinema: «Fatico tantissimo a entrare nel ritmo degli impegni quotidiani, però i miei figli mi fanno impazzire, fosse stato per me… non mi sarei proprio regolata, sarei andata avanti facendone altri, a ruota libera. La maternità è troppo bella, casa nostra è sempre piena di ragazzini, il loro vociare, le loro risate, mi danno adrenalina, voglia di fare».
Che cosa le ha regalato la condizione di madre?
«La possibilità unica di essere autentica, sincera verso me stessa, animata dal desiderio di realizzare il meglio nella vita. Lo sguardo dei figli, il loro aspettarsi che io sia perfetta, che abbia tutte le risposte alle loro domande, è qualcosa che sprona a essere chi si è davvero. Costruendo una vita migliore per loro, sto costruendo una vita migliore per me».
In che cosa era diversa, prima che arrivassero i figli?
«Da ragazza scegliere mi metteva un’ansia tremenda, tendevo a ingigantire tutto, finivo per non scegliere e lasciavo che le cose accadessero. Adesso è diverso, diventare adulti significa aver affrontato sfide, averle vinte o averle perse… nelle decisioni sono diventata più libera, anche se poi il contesto sociale non ti lascia fare sempre quello che vorresti».
È difficile tenere insieme la vita familiare con quella lavorativa?
«Allora, stamattina, prima di questa intervista, ho fissato un attimo il cielo e ho pensato “oggi devo organizzare una merenda per il figlio di 6 anni, un incontro della piccola, che ne ha 4, con una sua amichetta, e poi stabilire l’orario giusto per andare al cinema con mio marito”. Insomma, sono diventata tutto ciò che non ero, cioè una che sa organizzarsi bene. Mi sveglio alle 6 di mattina, quando in casa tutti dormono, nel silenzio prendo da sola il mio te, e pianifico la giornata».
Suo marito l’aiuta?
«È stato fondamentale, al contrario di me Kim è uno molto organizzato, questa è una delle grandi differenze tra noi, anche se poi hanno giovato a entrambi. Kim non può intervenire sempre nella quotidianità, ma, soprattutto nei primi tempi del nostro rapporto, avere davanti il suo modello di precisione, mi ha aiutata, anche se a tratti era un po’ urtante. Ho imparato a rubare qualcuna delle sue strategie organizzative».
Qual è il vostro segreto di resistenza?
«Essere consapevoli che non si vive di rendita, che una relazione, un matrimonio, deve essere curato tutti i giorni, che bisogna acquisire una capacità profonda di dialogo, senza erigere muri che, a volte, si alzano per la paura di litigare e che poi fanno sentire soli».
Suo marito da l’impressione di essere persona rigorosa e riservata, lei, invece, sembra più aperta e solare. È così?
«Il cosiddetto “cazzeggio” lo tollero molto poco e Kim sa accettare la mia insospettabile pesantezza. Il pettegolezzo mi fa ribrezzo, alle feste, anche quelle del nostro ambiente, avverto un altissimo rischio di noia, ma, da quando ho mio marito accanto, non mi sento più sola, lui è peggio di me, a noi non piace la confusione, preferiamo avere a cena pochi amici con cui possiamo davvero raccontarci qualcosa. Sulle cose importanti siamo davvero molto simili».
Come ha fatto a evitare l’etichetta di donna attraente e basta, che, nel mondo dello spettacolo, può diventare limitante?
«È successo tutto molto velocemente, già in Codice rosso, su Canale 5, sentivo l’istinto di aggiungere la battuta comica e la regista Monica Vullo me lo lasciava fare, così ho acquistato sicurezza,
tornando ad essere quello che sono sempre stata nella vita reale».
Cioè?
«Una “battutara”, “caciarona”, la capobanda che a scuola organizzava le feste… la comicità mi è sempre piaciuta, mi viene naturale, anche se non è facile da raggiungere, servono i tempi».
Le è mai successo di dover fronteggiare molestie o di sentirsi usata?
«Intorno all’adolescenza capita di cominciare a percepire il modo in cui si è visti, ti arrivano i complimenti, i corteggiamenti, è una cosa che ti fa stare bene e di cui ti compiaci. In tv mi sono resa conto presto di non rispondere a un certo modello, avevo il mio modo di vestirmi, mi mettevo la canotta, i pantaloni combat, la scarpetta da surfista, i capelli sciolti, poco trucco, così mi sentivo benissimo, anche perché sono sempre stata un maschiaccio. Nei contesti in cui la femminilità veniva sovraesposta ero invece a disagio, mi imbarazzava tutto, pensavo ai miei zii, a che cosa avrebbero detto vedendomi in quel modo…insomma, quello che oggi direi a una ragazza è che, se c’è qualcosa che fa sentire in imbarazzo, bisogna lasciar perdere subito. Intorno a me vedevo un sacco di belle ragazze, ho provato a seguire quello stile, ma non era il mio, la maschera dopo un po’ cade, oppure finisce per dominarti, per schiacciarti».
Quando ha capito che nella vita avrebbe fatto questo mestiere?
«Ho frequentato il liceo a Latina, il mio preside era molto amico di Strehler, venivamo con la classe a vedere gli spettacoli all’Argentina, avevo già capito che il mio cuore, davanti a quelle rappresentazioni, si accendeva. Durante l’ultimo anno ho seguito un corso di critica cinematografica, vennero Bellocchio e tanti altri, era un corso a cui non sarei mai mancata, per nessuna ragione al mondo. Ho scoperto il neorealismo, ho visto Melato che faceva Medea, ho ascoltato Milva, erano immense, insomma, mi è scoppiato un fuoco grande, piangevo, sentivo emozioni travolgenti. È stato allora che ho scoperto il mio desiderio profondo, anche se pensavo che non avrei mai potuto raggiungere quelle grandezze».
Ha iniziato con la danza classica, poi l’ha abbandonata. Come andò?
«Se vedo un balletto mi viene sempre da piangere, ancora oggi mi commuovo perché so che cosa si prova quando si balla. Ho cominciato a fare danza classica a 3 anni, tutti i giorni, è stato un impegno grande, la mia insegnante voleva che entrassi alla Scala, ma, al momento di fare quel passo, mi sono tirata indietro, ero troppo” mammona”, però non ho mai avuto rimpianti».
Poi si è ritrovata in quei programmi tv dove si ballava, ma in un modo diverso. Che cosa ha provato?
«Dopo pochissimo mi sono detta “no, non si può fare”. Non c’era niente di quello che avevo imparato e niente di quelle ballerine piene di talento artistico come Cuccarini, Parisi, Martines, i modelli con cui ero cresciuta. Quella tv era già finita, iniziava un’altra era, così ho fatto due programmi e basta, erano esperienze che non mi piacevano».
Le è costato dire dei no?
«Ho faticato, da una parte c’era il desiderio di indipendenza economica, dall’altra la voglia di fare di testa mia, senza allontanarmi da ciò che sono veramente. Non sono mai stata capace di fare la “fatalona”, ho capito che quelle erano strade da chiudere, per poterne aprire altre».
Che cosa la fa arrabbiare di più?
«L’ingiustizia, non l’ho mai potuta tollerare. A scuola, quando qualcuno faceva il bullo, ero capace di diventare io stessa bulla con i bulli, l’ingiustizia mi ferisce, purtroppo capita di incontrarla molto spesso».