Specchio, 22 marzo 2026
La dipendenza emotiva dal "fine serie mai"
Senza fine. Lo cantavano così bene Ornella Vanoni e Gino Paoli, «Senza fine, tu sei un attimo senza fine, non hai ieri, non hai domani (...), senza fine per sognare, per potere ricordare quel che abbiamo già vissuto». E ricorda oggi, ricorda domani, torniamo a riguardare quelle stesse serie che non sono mai terminate, ogni stagione un finale aperto, ogni volta una delusione. Che ne è di quella madre, di quel padre, di quella coppia, di quei soldati, di quei bambini, di quei delinquenti che tanto ci hanno appassionato ma di cui non abbiamo più saputo nulla? Forse lo sapremo nel ciclo successivo, ma non ci illudiamo più. Il ciclo successivo ci darà l’ennesima fregatura, e non si completerà. Come dire, la storia infinita, The NeverEnding Story, romanzo di Michael End e film di Wolfgang Petersen; fine pena mai, l’ergastolo; nei secoli dei secoli della religione, per omnia saecula saeculorum. Tutte cose inquietanti che mettono paura. E malumore. Lo fanno apposta. Si chiama “chliffanger”, espediente narrativo che interrompe bruscamente il racconto, lasciando lo spettatore sospeso, anelante di sapere altro. È tipico delle piattaforme internazionali, Netflix e Prime Video su tutte. Crea “fidelizzazione”, sgradevole parola. Fidelizzare è anche un po’ far arrabbiare.
Quando si comincia a seguire una serie, si spera almeno che lo specifico tema trattato nelle sei, otto puntate canoniche, abbia comunque un senso compiuto, nonostante l’amo lanciato verso il futuro. Esempio, i Bridgerton, femminismo e inclusione tanto più divertenti quanto più fuori contesto: si narra di una famiglia dell’alta società britannica, primi Ottocento, epoca della reggenza e della follia di Re Giorgio. Lady Violet ha otto figli, ogni volta uno si sposa tra varie peripezie: siamo arrivati al quarto giro, chiuso da un colpo di scena che apre nuovi misteri e con la promessa: «Torneremo, e ci divertiremo tanto insieme». Nessuna fine. Altro esempio: Lidia Pöet, con Matilda De Angelis, girato a Torino e ispirato, ma giusto ispirato, alla prima donna ammessa nell’Ordine degli avvocati, 1883. Ammissione poi revocata. Bene. La seconda stagione si chiude con il lancio di una nuova storia d’amore della protagonista. Nessuna fine. O le fiction mediche italiane, da Doc nelle tue mani a Cuori, i casi clinici intrecciati a quelli amorosi possono andare avanti in eterno. Nessuna fine.
Poi ci sono quei prodotti perfidi dove l’ultimo episodio si interrompe nel bel mezzo di qualcosa, come Unfamiliar, Il giovane Sherlock, Sweetpea. Raccontare qui che cosa si interrompe significherebbe anticipare azioni cruciali e non è rispettoso, qualcuno magari vuole verificare di persona: però credetemi. Non solo nessuna fine, ma proprio the end e arrivederci nel cuore di un gesto, mentre un personaggio si sta evolvendo. Un nervoso che ti prende già a metà programmazione, è lì che ti chiedi se quello che stai vedendo avrà un significato. O se addirittura, ultima moda, si dovrà aspettare niente meno che una decina d’anni per avere nuovi dettagli, vedi The Night Manager, una storia di spie tratta da Le Carré.
Perché lo fanno? “Chliffanger”, si è detto: sbigottimento e voglia di sapere, nonostante l’irritazione, contraddittorio è l’animo umano. Altri motivi: le produzioni preferiscono aspettare gli ascolti prima di impegnarsi in qualcosa di definitivo. Inoltre è difficile produrre una stagione completa con un finale lineare in tempi brevi, ormai le sceneggiature si realizzano in corso d’opera. E pure gli attori, attratti dalla tv più che dal cinema: pare preferiscano, o, se sono molto importanti, pretendano, che i loro personaggi non chiudano mai veramente le vicende, sempre meglio avere un ruolo pronto e aperto.
Erano così belli quei racconti dall’epilogo chiaro. Il Commissario Maigret di Gino Cervi che non risolveva un caso. Impensabile. Il tenente Colombo-Peter Falk o la Signora in giallo-Angela Lansbury che salutavano il pubblico senza aver trovato l’assassino. Impossibile. Quante conclusioni, nei libri, nei film, non ci sono piaciute, ma i libri, i film, li abbiamo amati lo stesso; quanti lieti fini ci sono stati negati, o imposti, ma poi li abbiamo ripensati, accettati. In Palombella rossa, Nanni Moretti guarda con altre persone (tra cui Asia Argento giovanissima, siamo nel 1989) il Dottor Zivago di David Lean, del 1965: il film, già allora un classico, termina con Omar Sharif-Jurij che muore d’infarto mentre da un tram vede all’improvviso Julie Christie-Lara. I due si erano amati, ma la rivoluzione russa li aveva divisi. Adesso potrebbero ritrovarsi e lui muore? Ma si fa così? Infatti Nanni Moretti urla: «È lei! Voltatii! Bussa! Fatelo scendere! Corri! Nooooooooooooooooo!». Ma lei non si volta, Zivago non scende, e spira. La grandezza della fine.