La Stampa, 22 marzo 2026
Riccardo Milani parla della sua carriera
Il grande assente, oggi, sembra il coraggio, eppure Riccardo Milani, regista che ha saputo raccontare l’Italia degli ultimi decenni con film campioni di incassi come Un mondo a parte e La vita va così, non l’ha ancora perso. Per questo è significativo che, mentre arriva nei cinema la versione restaurata del Posto dell’anima (in anteprima al 17° Bif&st e poi, dal 29 in salacon Lucky Red), Milani sia alle prese col prossimo film, Salute!, tema la sanità, uscita a Natale: «La mentalità corrotta e corruttrice esiste in tanti segmenti del mondo del lavoro – riflette l’autore –, così come l’idea che il profitto debba prevalere su tutto. Lo sappiamo, ormai ci siamo abituati, però, come mi ha fatto notare un carissimo amico chirurgo, sulla salute certe logiche non possono essere applicate. Me lo ha detto con gli occhi umidi, e questo mi ha molto impressionato. Voleva dire che su certe cose non si può risparmiare, ottimizzare, tagliare. Sulla salute si deve investire e basta».
Nel Posto dell’anima racconta la battaglia degli operai di un’azienda abruzzese a rischio chiusura nel 2003. Cosa caratterizzava quella lotta?
«C’erano personaggi che dicevano le cose in faccia, denunciavano le condizioni di lavoro e il fatto che provocassero malattie gravi, il tema intorno a cui tutto ruotava era la fabbrica, il pericolo del licenziamento, la perdita di identità. Purtroppo, le cose non sono troppo cambiate, i rischi sono rimasti quelli. Quel film, in cui è fondamentale l’apporto di Domenico Starnone, che ha scritto la sceneggiatura e si innamorò subito del soggetto, parlava di salute, sfruttamento, assenza di etica».
Cosa le è rimasto impresso di quella lavorazione?
«Accettai di girare in pochissime settimane, c’era il rischio che il progetto saltasse e, allora, pur di realizzarlo, con i produttori Lionello Cerri e Donatella Botti, andammo avanti. Rinunciai a una settimana di riprese, ma volevo a tutti costi fare quel film, avvertivo una spinta etica, non ho mai mollato. In particolare ricordo la scena di una grande manifestazione in difesa del posto di lavoro, non avevamo soldi per le comparse, tutte le associazioni sindacali della zona decisero di aderire senza prendere una lira, solo per essere lì, a raccontare quella storia. Molti anni dopo, il Comune in cui si erano svolte, Cisterna di Latina, decise di intitolare al film una piazza».
Quanto è diversa l’Italia del Posto dell’anima da quella di oggi?
«Già allora la voglia di mobilitarsi non era poi così forte. C’è una scena in cui Nina, Paola Cortellesi (la moglie incontrata proprio su quel set, ndr), dice al fidanzato Antonio, Silvio Orlando, che degli operai non fregava nulla a nessuno, “siete niente, siete carne da macello”. Purtroppo aveva ragione, degli operai, In Italia, non si parlava da decenni, c’era un vuoto culturale, un disinteresse maturato nel tempo, diciamo che, già a quei tempi, un po’di salotto si era fatto avanti…».
C’è una scena cui è particolarmente legato?
«È quella in cui Antonio va a parlare con i dirigenti nella sede della multinazionale e, in un inglese stentato che poi diventa italiano, elenca tutte le morti che i capi di quell’azienda avevano provocato. Poi si alza e conclude “mo’ vado un momento a piscià"».
Nei suoi film succede spesso che una comunità unita e consapevole risolva i problemi, riempiendo di fatto il vuoto lasciato dalla politica. È così?
«Le potenzialità delle comunità sono gigantesche, possono spingersi oltre le divisioni, nei miei film cerco sempre punti in comune tra persone diverse. Quando la comunità riesce ad andare oltre i disaccordi e le ostilità della la politica, può superare gli ostacoli. In Un mondo a parte c’è una comunità che risolve il problema della sopravvivenza della scuola grazie alla presenza degli immigrati. Ci sono tante scuole che, senza di loro, sarebbero già chiuse da decenni. Le comunità, in particolare quelle più piccole, riescono a indicare le strade attraverso cui tutti possono salvarsi».
Se guarda ai suoi esordi, in che cosa si sente diverso?
«Ogni volta che inizio a girare è come se fosse la prima. Ho l’esperienza dei film precedenti, ma la passione è la stessa, mi interessa la commedia che si apre al mondo, il contatto con il pubblico, mi muove la voglia di raggiungerlo. La cosa che mi fa più piacere, oggi, è aver trovato un canale attraverso cui confrontarmi con le persone».
Dove nasce questo bisogno?
«Nel mestiere porto il mio percorso personale, di cui fanno parte l’impegno e la politica. Penso sia importante uno sguardo non ideologico, una prospettiva che serva da stimolo e allontani il disinteresse verso quello che accade».
Racconta l’Italia in evoluzione, i salotti radical chic e le borgate, basti pensare a Come un gatto in tangenziale, ma anche gli eroi popolari, come Gigi Riva e Giorgio Gaber. Da dove parte la sua ispirazione?
«Dalle commedie che, da ragazzino, mi avevano tanto affascinato, quelle che facevano ridere gli spettatori, anche se parlavano di tragedie del Paese. Mi colpiva il fatto che tante persone stessero lì, a seguire storie che, magari, fuori dal cinema, non avrebbero avuto voglia di ascoltare. Quelle commedie avevano un potere sociale secondo me ancora intatto, la capacità di vincere l’incomunicabilità, la tendenza a chiudersi, l’opportunismo».
Essere regista è anche un gesto politico?
«Dirlo sarebbe presuntuoso, quello che cerco di fare è non mettere da parte la vita quotidiana delle persone. Il distacco dal sociale provoca il disinteresse nei confronti della politica, non sono mai ideologico, cerco di raccontare sempre più punti di vista».
Perché il cinema italiano di oggi racconta così poco il nostro Paese?
«Mi pare che negli ultimi 25 anni ci sia stata meno politica nelle vite di tutti, questo ha ampliato il distacco, l’immaginario si è sviluppato in altre dimensioni, che non hanno a che vedere con la società in cui viviamo. Però quando la cinematografia di un Paese non racconta più quel Paese, allora un po’ di preoccupazione viene».