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 2026  marzo 22 Domenica calendario

Ilva, l’ultima spiaggia: offerta vincolante di Jindal

Dall’inaugurazione con l’allora presidente della Repubblica Giuseppe Saragat sono passati più di sessant’anni, e quasi è un miracolo l’Ilva esista ancora. Dopo la vendita e le inchieste a carico dei Riva, l’acquisto e lo scontro coi Mittal, svariate gestioni commissariali, inchieste giudiziarie, molti soldi pubblici spesi per tenerla in vita, gli stabilimenti ex Italsider sono all’ennesimo cambio di mano. Sembrava vicino l’accordo con il fondo americano Flacks, ieri, ora il nuovo colpo di scena. L’ultima procedura di vendita permetteva di valutare offerte diverse in ogni momento prima della cessione, e così è stato. Un altro gruppo indiano – Jindal – ha presentato la sua proposta.
Secondo quanto raccolto con fonti ministeriali, la proposta americana è su un binario morto. Benché il governo si fosse impegnato a vendere gli stabilimenti a un euro, Flacks avrebbe dovuto spedire una documentazione finanziaria mai recapitata. I commissari avevano fissato una data in deroga perché avvenisse, ma è scaduta venerdì. Flacks non ha presentato né lettere di credito, attestazioni bancarie, né tantomeno indicazioni di massima su chi avrebbe finanziato l’operazione. Gli americani hanno solo comunicato di non aver avuto abbastanza tempo, e per questo proposto un nuovo incontro ai commissari per discuterne. Ufficialmente la partita è ancora a due, i ritardi e l’arrivo dell’offerta indiana fanno intendere che la strada americana è sbarrata o quasi.
Il documento di Jindal, anche se presentato dai legali del gruppo come una proposta vincolante, di fatto conferma una prima lettera spedita già la scorsa settimana. Da tempo il gruppo indiano vorrebbe rafforzare la presenza in Europa, e per questo aveva messo gli occhi sugli stabilimenti Thyssen in Germania, ma quella trattativa si è arenata. Anche in questo caso resta ufficialmente aperta, nei fatti appare naufragata per le scarse garanzie offerte alla controparte sindacale, che nelle aziende tedesche si fa sentire più che altrove. Diceva venerdì Jürgen Kerner, numero due di IG Metall e vicepresidente del consiglio di sorveglianza di Thyssenkrupp: «Come rappresentanti dei lavoratori abbiamo sottoposto a Jindal un elenco di domande molto concrete. Non si registrano passi avanti, e questo è un segnale negativo». La trattativa andava avanti dallo scorso settembre e di recente – la coincidenza è sospetta – è arrivata un’offerta alternativa di Flacks. In sintesi: il futuro dell’Ilva è tuttora incertissimo.
Dopo la discutibile esperienza con Arcelor Mittal, il ministero e la gestione commissariale sono molto prudenti. Jindal – cugino dei proprietari degli stabilimenti di Piombino – ha presentato un’offerta in linea con la richiesta del governo e compatibile con gli standard ambientali imposti anche dalle iniziative giudiziarie, ovvero la trasformazione dei vecchi altoforni in uno stabilimento alimentato ad idrogeno. Il problema è il come e in quanto tempo. Con il passare delle settimane – così spiegano gli esperti – diventa sempre più complicato realizzare la decarbonizzazione dei vecchi impianti, di cui si parla sin dai tempi del commissario Enrico Bondi, più di dieci anni fa.
Jindal propone di continuare la produzione a carbone con due altoforni in attesa della piena riconversione entro il 2030. Ciò permetterebbe quattro milioni di tonnellate di acciaio l’anno, sei a regime. Il dettaglio che preoccupa di più i tecnici è però un altro: Jindal ha proposto di produrre l’acciaio grezzo in Oman (il cosiddetto preridotto) che verrebbe poi trasportato a Taranto per diventare lamiera. È realistico immaginare che ciò avvenga a costi sostenibili? Quanti posti di lavoro sarebbero garantiti dalla sola realizzazione del prodotto finito? Perché non avere negli stabilimenti italiani l’intero processo produttivo? Tutte domande alle quali i consulenti degli indiani dovranno dare risposta in tempi rapidi. In gioco ci sono almeno diecimila posti di lavoro a Taranto, Genova, Novi Ligure, Racconigi. Nel nuovo bando ministeriale c’è di più: agli acquirenti è chiesto di liberare le aree non più necessarie alla siderurgia per progetti alternativi, come ad esempio – nel caso di Taranto – un parco eolico. Senza adeguati investimenti, Taranto rischia un futuro più simile a quello dell’area ex Italsider di Bagnoli.