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 2026  marzo 22 Domenica calendario

Intervista a Leonardo Chiariglione

Leonardo Chiariglione ha conservato una letterina scritta quando aveva sei anni. Dentro c’era un sogno: «Studierò in un’università all’estero». È andata esattamente così. Il papà dell’Mp3, l’ingegnere di Villar Dora che ha terremotato la tecnologia, è convinto che solo un pezzo del destino di ciascuno di noi sia inciso «nel Dna» e che quello sia soltanto l’infrastruttura da cui partire per costruirsi il futuro. «Per me – racconta – sono stati decisivi i genitori. Mio padre mi ha insegnato l’importanza di imparare. Mamma, che aveva un negozio, mi ha permesso di andare a scuola dai Giuseppini del Murialdo di Rivoli».
Liceo a Torino, al Val Salice dei salesiani: ogni mattina sveglia all’alba, bicicletta fino a Sant’Ambrogio, treno per Porta Nuova, tram o una lunga camminata a piedi fin su in collina. Poi il Politecnico. A cambiargli la vita è una vecchia norma: si chiamava la legge del nonno. «Io sono nato nel 1943. Se eri nipote di qualcuno con più di sessant’anni eri esentato dal servizio militare». Grazie all’università vola a Tokyo, e il suo Sessantotto è lì, lontano da casa, in un ateneo straniero: «È stato uno sconvolgimento». Intellettuale e politico: «C’erano le Brigate Rosse giapponesi che hanno assaltato il rettorato. I professori erano terrorizzati».
A riportarlo in Italia è lo Cselt, il centro ricerche della Stet: lì trova un direttore che per vent’anni avrà «la lungimiranza di crederci» e lasciarlo lavorare. È la chiave della ricerca, il modo di portare a terra le lezioni imparate durante gli studi. La sua missione è occuparsi di videotelefonia, con un’ottica precisa, diversa da quella della televisione, dove ogni paese aveva i propri standard. «Tra Francia, Germania, Italia, i sistemi erano tutti diversi, bisognava trovarne uno comune. Le cose, mi hanno insegnato i salesiani, invece devono essere globali». In quel compito c’è una sorta di tensione: quella di impedire che venisse negata la comunicazione, che il mondo fosse diviso.
La risposta si chiama Mpeg, il “Moving Picture Experts Group”, il gruppo internazionale che ha standardizzato la compressione di audio e video. In altre parole, ha reso possibile ridurre enormemente le dimensioni dei file senza perdere qualità, aprendo la strada alla diffusione di massa dei contenuti digitali. Da quella famiglia di formati, dall’Mpeg-1 per il Cd-Rom all’Mpeg-4, nasce anche l’Mp3, la codifica che ha cambiato per sempre il modo in cui ascoltiamo la musica.
Guidare seicento esperti internazionali con ego importanti e interessi divergenti verso qualcosa di condiviso, ragiona Chiariglione, può essere delicato. «Bisogna condividere l’obiettivo. Poi ci si accorda, perché se no non lo si raggiunge». Ideali e pragmatismo: «Si facevano esperimenti rigorosi, tecnici. Venivano fuori dei numeri e davanti ai numeri non si scherza».
L’Mp3, nel racconto dell’evoluzione digitale, ha distrutto un mondo e ne ha costruito un altro. In qualche modo, Chiariglione lo aveva previsto. Tra il 1999 e il 2001 l’associazione dei discografici americani, minacciata dall’avanzata della musica gratis, lo chiama come direttore esecutivo di un progetto che tentasse di salvare il salvabile. «Ho offerto loro una soluzione, ma non l’hanno voluta. E l’industria è andata a scatafascio».
Se in quegli anni turbolenti qualcuno annega, c’è chi invece riesce a prendere il volo: Steve Jobs, il guru di Apple, nonostante – ricorda Chiariglione – «a un certo punto fosse stato messo alla porta». Allontanato dalla sua creatura, è stato capace di tornare in trionfo. Leonardo quei giorni li ricorda perfettamente: «Aveva una combinazione molto originale. Ha sposato il suo approccio proprietario con gli standard aperti dei media ed è stato vincente. Però i suoi prodotti non li uso, anche per motivi filosofici».
La storia dell’Mpeg, per la radio pubblica americana Npr un concentrato «di innovazione e tradimento», è durata trentadue anni.
Ingegnere, che cosa resta di quell’avventura? Ci pensa un attimo: «Il video è una parte integrale della vita di otto miliardi di persone». Per lui, che Time ha inserito tra i venti innovatori digitali di sempre, il mondo che ha contribuito a costruire ha anche zone d’ombra: «La tecnologia non è mai neutra. Non ricordo il nome del monaco che inventò la polvere da sparo. Ma certo non lo fece per permettere ai fucili di sparare di più». La capacità di connettere miliardi di persone è stata una conquista enorme. Ma poi? «Può succedere che arrivino dei furbi che ti costruiscono un sistema per cui le persone passano l’ottanta per cento del tempo davanti a un telefonino».
Chiariglione è su Facebook, come quasi tutti: pubblica, ma non dialoga. Sui social ha enormi riserve: «Pensi all’uso che ne è stato fatto durante la Brexit». Vale lo stesso sul cellulare, «questo aggeggio che Nokia si è lasciato sfuggire dalle mani». Non è un rifiuto tout court, ovviamente. «Ma ho cose migliori da fare nella vita». Per esempio creare uno standard per l’Ai, con un’organizzazione che ha sede a Ginevra. «Il problema dell’intelligenza artificiale è lo stesso che abbiamo con le persone di cui non conosciamo davvero le intenzioni: bisogna sempre mettere in conto una coltellata alle spalle. Con queste macchine accade qualcosa di simile: hanno comportamenti sempre più vicini ai nostri, ma non sappiamo cosa succede dentro il loro cervello. Ed è proprio questo che stiamo cercando di capire». Capire, dice, resta la parola chiave. «Ho ancora dei progetti», sorride.
A 83 anni la casa è di nuovo in Valsusa, dove custodisce la lettera scritta da bimbo. Dal terrazzo si vede la Sacra di San Michele. Le radici non si terremotano.