La Stampa, 22 marzo 2026
Starmer, Donald e l’isola contesa
«Non vogliamo farci coinvolgere in un conflitto senza basi legali e senza obiettivi certi» aveva solennemente dichiarato davanti al Parlamento di Westminster il Premier Starmer. Erano i primi di marzo, l’attacco israelo-americano all’Iran era appena cominciato. Facendo infuriare Trump il governo britannico aveva così negato le proprie basi aeree in Inghilterra, nel Mediterraneo e nell’Oceano Indiano. Con una sequela di invettive personali l’ira funesta del Presidente americano se l’era presa con Starmer, prima di allargare il tiro a tutti gli alleati della Nato: «Codardi».
Difficile, però, per il Premier mantenere il punto e non essere coinvolto nelle grandi crisi internazionali se si guida un Paese come il Regno Unito. Il passato coloniale ha lasciato in eredità a Londra basi strategiche nei punti cruciali del mondo. Era già accaduto con i lanci verso Akrotiri a Cipro. Ora il copione iraniano si è ripetuto anche per Diego Garcia, base militare nell’Oceano Indiano condivisa con gli Stati Uniti, obiettivo di due missili a lungo raggio.
Messaggio chiaro al governo di Londra: «Starmer mette a rischio le vite dei britannici se concede l’uso delle basi per l’aggressione all’Iran. Siete complici, ci difenderemo» ha twittato il Ministro degli esteri di Teheran Araghchi. Difficile, infatti, non farsi coinvolgere perché questi territori d’oltremare, retaggio dell’impero, sono essenziali per gli attacchi.
Così sotto la pressione americana anche la determinazione di Starmer è progressivamente evaporata. Da giorni la base aerea di Fairford in Gloucestershire, un centinaio di chilometri ad ovest di Londra, è utilizzata per i decolli dei micidiali bombardieri B-1 Lancers americani. Da venerdì è stato autorizzato anche l’uso delle piste della base di Diego Garcia, da cui possono decollare i B52 e altri colossali velivoli come i B-2 Stealth.
Il governo britannico ribadisce che il permesso riguarda «specifiche e limitate operazioni difensive». Una sottile linea che – almeno sulla carta – serve a dare legittimità giuridica e a confermare che Londra non vuole avere parte in questa guerra. La brutale realtà non si cura però delle distinzioni nominalistiche. Davvero qualcuno fermerà i bombardieri americani se le loro missioni venissero considerate “aggressive” dai comandanti britannici? Una ipocrisia verbale già vista in tanti conflitti recenti.
Teheran ha visto la marcia indietro e ha mandato immediatamente il suo “pizzino”. Poco importa che i missili non abbiano raggiunto l’obiettivo e che a Diego Garcia i militari britannici di stanza siano meno di un centinaio, addetti a mansioni logistiche e gestionali, non operative. La base è di fatto tutta americana.
Strano destino per questo territorio d’oltremare a sovranità britannica, condannato ad una importanza globale grazie alla sua posizione geografica, esattamente in mezzo all’Oceano Indiano. Nel pieno della decolonizzazione, quando negli anni Sessanta l’impero britannico si sfaldò in modo quasi sempre pacifico, l’arcipelago delle Chagos sarebbe dovuto passare al nuovo stato di Mauritius. Il Pentagono però aveva già messo gli occhi su quelle isole non solo per l’equidistanza tra Medio ed Estremo Oriente ma anche perché pressoché disabitate. Perfette insomma per essere trasformate in una enorme caserma, come è oggi la maggiore di queste isole, Diego Garcia appunto, chiamata così in onore dei primi scopritori portoghesi e spagnoli nel Cinquecento. All’indipendenza di Mauritius le Chagos vennero dunque sfilate, rimanendo territori britannici. Il migliaio di abitanti fu allontanato con la forza, una operazione che dette inizio ad un contenzioso non ancora concluso. Nel 1966 Washington e Londra firmarono un accordo per l’uso dell’isola a scopo militare, un trattato che scadrà fra 10 anni. Così un paradiso naturale, non molto distante dalle Maldive, è stato trasformato nella rampa di lancio di operazioni aeree, navali e di sorveglianza satellitare. Cruciale nella prima guerra del Golfo come in quella del 2003 per rovesciare Saddam Hussein. Usata negli attacchi contro i pirati somali come per i bombardamenti anti-Talebani sull’Afghanistan.
Troppo preziosa dunque per cederla, come invece proprio il governo di Starmer stava facendo, a conclusione di una lunga vertenza internazionale promossa dalle Mauritius e sostenuta dalle Nazioni Unite. Il Premier britannico ha svolto per anni l’attività di avvocato di diritto internazionale, anche per questo ha accettato nel 2024 un accordo per il ritorno delle isole sotto la sovranità di Mauritius. Garantito comunque l’usufrutto della base militare per altri 99 anni, rinnovabili. Una soluzione rispettosa della storia e del diritto, a cui la stessa amministrazione americana aveva dato in un primo tempo via libera.
Ma un Trump che vorrebbe prendersi persino la Groenlandia non poteva certo accettare di perdere la strategica Diego Garcia. Così si è messo a cannoneggiare pubblicamente l’accordo, definendolo semplicemente «stupido». Come stupido per lui è stato chi ha firmato il preliminare di intesa, cioè proprio Starmer. Ora è tutto bloccato, in attesa di tempi più tranquilli.
Molto difficile dunque per il Premier britannico non cedere almeno in parte. Finora gli è riuscito un esercizio di grande equilibrismo. Sta rispettando quantomeno la forma del diritto internazionale e sta facendo sponda con gli alleati europei sul punto chiave per tutti: mantenere la libera circolazione nello Stretto di Hormuz, vena giugulare che i Pasdaran sfruttano per strangolare l’Occidente e il nostro bisogno di energia. Se questo non avvenisse sarebbero pochi i Paesi al mondo non coinvolti.