la Repubblica, 22 marzo 2026
Intervista a Giovanni Esposito
Parla di «lavoro», mai di successo; è amato dal pubblico, in tutti i ruoli, comici e nostalgici «anche se magari non si ricordano come mi chiamo». Napoletano, 55 anni, talento e umanità, Giovanni Esposito è un attore che ha tenuto tutto insieme: la televisione, (Mai dire gol, Pippo Chennedy show, Stasera tutto è possibile), il cinema (con Antonio Capuano, Paolo Sorrentino, Aldo, Giovanni e Giacomo), le serie tv, (da Un posto al sole a I bastardi di Pizzofalcone a Vita da Carlo 3), il teatro (Spaccanapoli Times di Ruggero Cappuccio a Benvenuti in casa Esposito di Alessandro Siani). Dal 26 marzo è nei cinema con Era diretto da Vincenzo Marra e Cena di classe di Francesco Mandelli, che si ritaglia il ruolo del morto. Ispirato alla canzone dei Pinguini Tattici nucleari, racconta di un gruppo di ex compagni di liceo, che si riuniscono 17 anni dopo la maturità, per il funerale di un amico, filmaker.
Lei è il bidello, vedovo, Nando. E fa coppia con una pecora: com’è andata? «Ho visto il film l’altra sera, mi ha lasciato un sentimento nostalgico, piacevole, non è ridanciano. Racconta quello che potevi essere e non sei stato. E poi c’è il risvolto folle. Con la pecora è stato meraviglioso, sul set era come se arrivasse Sophia Loren. Aveva i suoi tempi, sa l’inserimento dei bambini in una scuola steineriana? Non potevi turbarla, abbiamo fatto amicizia. In lei dovevo vedere mia moglie».
“Era”, invece, cosa racconta?
«È una commedia su Napoli, attraverso la storia di un’anziana signora, i suoi figli e la badante».
Il successo di “Step” l’ha travolta?
«No, ho una vita che mi riporta con i piedi per terra, qua a Napoli. Chiedono le foto: “Quanto mi fai ridere”, poi, subito: “Saluta Stefano De Martino”».
Ecco. Come vi siete conosciuti?
«Cinque anni fa, Riccardo Cassini, che è diventato il suo autore, mi ha detto: “Devi conoscere Stefano, vi innamorate”. E in effetti è stato come se ci conoscessimo da anni. Mi ha chiesto di pensare a Bar Stella. È un vecchio, ha i riferimenti della mia generazione, a partire da Arbore. Vuole migliorarsi, ti chiede: “Cosa devo leggere?”».
E lei cosa gli ha consigliato?
«Per primi, Watzlawick e La Capria».
Voi del gruppo, andrete al Festival di Sanremo con lui?
«Non credo. Se no, lo hanno già detto, diventa il festival di Napoli. Ma lo sosterrò. Il suo pregio è che sa fare squadra, prende forza, linfa e anche punti di vista diversi, da tutti. E siccome non è uno scemo, farà un ottimo festival».
Di lei dicono tutti: è bravissimo. Le basta?
«Amo il mio lavoro, fare bene le cose. Non c’è bisogno della popolarità, quel “sei bravissimo, è il premio. Il grande pubblico magari non ti riconosce, ma sei sempre uno che ha fatto i film con Diane Keaton e George Clooney, un uomo meraviglioso, attento a tutto e a tutti. Alla mostra del cinema di Venezia mi ha chiamato sul red carpet per le foto. Poi succedono cose pazze».
Tipo?
«Anni fa mi dissero: sei un attore straordinario ma hai un nome di me*da, dovresti chiamarti Joe Suarez. Le pare che sarei potuto andare da mia madre a dirle che rinnegavo il mio nome? Una sera al ristorante entrano dei ragazzi, mi salutano. Gli dico: nell’altra sala c’è anche Joe Suarez, che non esiste. Si sono fiondati”».
Con Keaton con cui ha girato “The book club-Next chapter”, come andò?
«Che mi dà un cazzotto nella pancia e mi dice una cosa che non capisco, non sono bravissimo con l’inglese. C’era l’aiuto regista Inti Carboni: “Giovanni, ma hai capito? Ha detto che ti odia, perché quando si rivede nel monitor ha la faccia da ebete: con te ride”. Dopo una cosa così, tutto il resto non mi tocca tanto. Io lavoro per il lavoro, il fine non è essere riconosciuti».
Però le serie, pensiamo a “I Bastardi di Pizzofalcone” l’hanno fatta amare dal grande pubblico.
«Era bella, speciale. Il ruolo di frate Leonardo, serial killer dei pensionati tristi, aveva colpito. Un giorno al supermercato una donna non smetteva di fissarmi: “Signora, ma siete depressa? No. Allora fate la spesa e non vi preoccupate”».
Deve tutto a suo padre, venditore di tappeti persiani, che intuì il suo talento. Non voleva fare l’attore?
«Non pensavo neanche che fosse un lavoro. Abitavo a Miano, con gli spettacoli raccoglievo i soldi in parrocchia e mettevamo le signore a fare le pizze. C’era lo sportello per aiutare i tossicodipendenti. All’Università studiavo Informatica, che però non mi piaceva, e mi ero dedicato a Scienza delle religioni, per fare l’insegnante, credevo di poter dare qualcosa ai ragazzi. Per papà ero bravo a recitare e mamma si era convinta: “Stallo a senti’”. Fu lui a iscrivermi a un provino al teatro Bellini. “Vado, non mi prenderanno e tu mi lasci in pace”, vinsi la prima borsa di studio. Poi ho incontrato uno dei più grandi insegnanti di recitazione e di vita, Paolo Giuranna».
Com’era Miano?
«E insomma, difficile. Tante persone perbene, e anche famiglia legate alla camorra, c’erano le faide. Quando uscivo, mamma si affacciava: “Tutto a posto?”».
Sua moglie Susy Del Giudice, attrice anche lei, è una presenza fondamentale: che le dice?
«È molto severa, rispettosa del lavoro, è stata comica bambina con Beniamino Maggio, ha lavorato anche con Nino D’Angelo e con Mario Da Vinci, il papà di Sal. Poi ha fatto scelte artistiche rigorose, mi dice cose non piacevoli e mi riporta a quello che amo fare: l’attore a tutto tondo».
Altra voce della coscienza, Antonio Capuano.
«Antonio mi ha fatto capire che la follia può essere applicata al cinema, e a tutto. Ci vediamo a Posillipo e facciamo grandi chiacchierate. È andato a vedere il mio film Nero. “Ci prendiamo il caffè, senza parlarne”. “No Antonio, tu mi devi dire tutto”. La mattina dopo, ero al telefono con Rocco Papaleo che mi faceva i complimenti, e sotto c’era lui in attesa.” Non rispondere” mi fa Rocco “che so’ cose brutte”. Ho conservato il video di Antonio nel cinema, grida agli spettatori: “Bello, io non ci credevo, è bellissimo. Capito che film avete visto?».
E il rapporto con Paolo Sorrentino? Ha interpretato Mariano Apicella in “Loro”.
«Paolo ti porta per mano, ho una venerazione per lui. La sceneggiatura del primo film con Capuano, Polvere di Napoli, era sua. L’ho visto crescere, oltre a essere un immenso regista è uno strepitoso scrittore».
Ora che fa?
«Sto girando il film di Nadia Baldi, Spaccanapoli Times, dal bellissimo lavoro teatrale di Ruggero Cappuccio, che è anche uno dei protagonisti, sul mondo perduto di quattro fratelli con problemi mentali che aspettano la visita del medico dell’Inps. Un mondo fatto di poesia e emozioni».