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 2026  marzo 22 Domenica calendario

Intervista a Igor Protti

«A 15 anni giocavo nelle giovanili del Rimini, e mi venne in mente di annotare tutte le partite su un quaderno, segnando con un pallino i gol per conteggiarli a fine stagione. L’ho aggiornato fino al 2005, quando ho giocato l’ultima partita nel Livorno. È un ricordo tangibile della mia carriera che conservo ancora, anche se tendo a non guardare al passato per non essere travolto dalle emozioni». Igor Protti, riminese, 58 anni, è uno dei due giocatori (l’altro è Dario Hübner) ad aver vinto la classifica marcatori sia in serie A (col Bari nel 1995-’96), sia in C1 e in B (entrambe col Livorno, dal 2000 fino al 2003), ed è insieme a pochi altri amatissimo in ogni piazza dove è passato, nonostante i tanti cambi di casacca: oltre a Bari e Livorno, Messina, Lazio, Napoli, Reggiana. «In ogni squadra ho sentito la responsabilità di rappresentare una città, una storia e migliaia di appassionati, perciò ho sempre lottato su tutti i palloni. La prima volta allo stadio, a vedere il Rimini, con mio padre, guardai cinque minuti di partita e gli altri 85 rimasi incantato dai tifosi, le bandiere, gli striscioni, i cori, i fumogeni. Ecco perché da calciatore dopo un gol mi veniva spontaneo correre sotto le curve ed esultare con i miei, di tifosi», dice l’ex attaccante.
I ricordi e i record, i tiri chirurgici da fuori area e le sforbiciate, le esultanze ma anche la passione, rivivono ora in Igor. L’eroe romantico del calcio di Luca Dal Canto. Il documentario-ritratto, in uscita a fine marzo (dopo l’anteprima al Bif&st, festival di Bari), arriva come questa intervista esclusiva in un momento delicato: dallo scorso luglio Protti lotta contro un tumore, «come in una di quelle partite da cui parti da 0-3». Per cui pare naturale iniziare a chiedergli come sta. «È un momento molto duro: non è facile combattere giorno dopo giorno, anche se mi aiuta il grande affetto che sento intorno a me», spiega.
Parliamo di cose belle, i suoi gol: quali ricorda di più e perché? «La doppietta realizzata all’esordio col Messina in Coppa Italia: ricordo ancora lo Stadio Celeste e i terrazzi dei palazzi intorno gremiti di gente che gridava “Messina, Messina!”. Che botta di adrenalina! E poi i gol importanti: quello a Treviso ha riportato il Livorno in serie B dopo oltre trent’anni, o quello a Bari contro la Cremonese sotto la pioggia battente: tiro una prima volta, Razzetti para, il pallone mi torna sui piedi, cado, mi rialzo e da posizione molto angolata tiro nuovamente mettendola sotto la traversa. Il gol più coerente con la mia idea di calcio e di caparbietà».
Che attaccante era Protti? Nel film Giuseppe Signori, con cui ha giocato alla Lazio, dice che lei capiva prima degli altri lo sviluppo dell’azione… «Avevo una certa libertà e visione di gioco individuale, anche se al servizio della squadra. Cercavo gli spazi partendo spesso da sinistra per accentrarmi e calciare anche da fuori area. E poi, pur non essendo alto, ho fatto anche molti gol di testa, grazie a un buono stacco».
Era più difficile all’epoca vincere la classifica capocannonieri? «Quando ho esordito il calcio era molto fisico, forse con meno corsa, e si “picchiava” veramente tanto. Era più difficile segnare, basti pensare che Maradona vinse nel 1988 con soli 15 gol, quando oggi spesso si arriva a 30. Col Var oggi bastano contatti minimi per vedersi fischiare un fallo, quando giocavo io era difficilissimo».
Uno dei suoi marchi di fabbrica è l’esultanza del trenino a quattro zampe che nacque a Bari con Sandro Tovalieri… «Lo aveva portato Guerrero dalla Colombia: lo facemmo la prima volta a Brescia, ma venne malissimo, perché eravamo totalmente scoordinati. Lo perfezionammo col Milan e divenne il nostro simbolo. Poi lo ripresi alla Lazio dopo il gol nel derby nel 1997, per la grande gioia di quella rete storica».
Ha avuto tanti allenatori. Quali ricorda di più? «Li ricordo tutti con affetto, mi hanno migliorato tutti in qualche modo: a Bari Sebastião Lazaroni e il preparatore Luis Enrique, che ci allenavano quasi a ritmo di samba, e poi Fascetti con cui diventai capocannoniere in serie A. Zoff arrivò alla Lazio per sostituire Zeman esonerato, entrò in spogliatoio e disse: “Sapete giocare a calcio, quindi giocate”. E risalimmo la classifica fino al quarto posto. E poi Donadoni a Livorno, che mi ha dato la possibilità di esprimere al meglio le mie caratteristiche, e il giovanissimo Walter Mazzarri, che aveva idee molto chiare, e con cui riportammo il Livorno in A dopo 55 anni».
Ha segnato caterve di gol, ma non si è mai montato la testa, dimostrando spesso umiltà. «Deriva dall’educazione dei miei. Mio babbo è stato una figura decisiva per la mia vita e la mia carriera: mi ha fatto capire ad esempio quanto fosse importante il sacrificio per ottenere determinati risultati».
E anche che, a differenza di oggi, il senso di appartenenza a una maglia vuol dire anche rinunciare a un contratto… «Quando avevo 14 anni e giocavo nel Rimini, mio babbo che ne era dirigente, mi disse che mi voleva il Cesena. Gli chiesi se dovevo accettare e rispose: “Da tifoso del Rimini, se fosse per me mio figlio la maglia del Cesena non la indosserebbe mai”. Quell’insegnamento me lo sono portato dietro tutta la carriera: rifiutai la Reggina perché ero stato a Messina, e quando ero a Bari, pur col contratto scaduto, rifiutai la chiamata del Lecce. È una questione di rispetto che da calciatori si deve avere non solo per i tifosi, ma anche per gli avversari».
Col contratto scaduto andò lo stesso in ritiro col Bari. «Estate 1995, ero rimasto senza contratto e il mio procuratore, Antonio Imborgia, mi disse che il presidente Matarrese voleva farmi andare in ritiro. Non ne capivo il motivo, c’era il rischio di allenarsi e farsi male, ma l’ho corso volentieri per quella città che mi aveva dato tantissimo. Quando poi mi è stato proposto di firmare in bianco, non ho avuto dubbi: ed è stato l’anno in cui ho vinto la classifica marcatori».
Nelle sue vecchie interviste appare sempre pacato, ma poi in campo diventava un leone. Al punto di perdere la testa qualche volta, come quando fu squalificato per dieci giornate. «Quel derby contro il Pisa nel 2000 era una partita molto sentita, e la giocai come fossi un tifoso: battibeccavo col mio marcatore, lui ha cercato di colpirmi e io ho risposto. Quando sono stato espulso ho perso la testa. Poi la squalifica fu ridotta a sei giornate, ma il mio è stato un atteggiamento non esemplare. Allora ho capito che per riportare il Livorno in serie B, avrei dovuto essere più lucido e mettere da parte alcune emozioni».
Da dove nasce questo amore per la maglia amaranto? «Quando ci sono arrivato, nel 1985, entrando all’Armando Picchi ho visto la gigantografia del grande Livorno che era arrivato secondo in serie A nel 1942-’43: mi sono innamorato della sua storia, dei suoi colori e della sua gente. I tifosi mi raccontavano che non andavano in B da 15 anni: allora non siamo riusciti a far avverare quel sogno ma quando, nel 1999 dopo due stagioni difficili per via di un infortunio alla caviglia, si è presentata l’occasione di tornarci, seppure in serie C, ho accettato subito, nonostante Spinelli mi avesse offerto un terzo in meno di quanto avrei preso dalle squadre di B che mi volevano».
Le è pesato non essere mai stato convocato in Nazionale? «È stata una delusione, ma in quegli anni c’erano in Italia attaccanti molto forti. Arrigo Sacchi mi aveva allenato a Rimini, in serie C, quando ero molto giovane: seppi poi che aveva detto che non avrei mai potuto giocare in categorie maggiori. Forse all’epoca aveva ragione, ma quel giudizio negativo mi servì».
Perché? «Lavorando sui miei limiti fisici e mentali, alla fine sono riuscito a smentirlo. Le critiche devono sempre essere uno stimolo per migliorarsi».