Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  marzo 22 Domenica calendario

Mads Mikkelsen parla della sua interpretazione attoriale

«Se dovessi identificarmi in uno dei Beatles sceglierei sicuramente Ringo Starr. Anzitutto perché è ancora vivo e a 85 anni non ha ancora tutti i capelli grigi. E poi non è caduto nella trappola di essere apertamente politico o religioso, ma semplicemente era uno che amava suonare. Credo che gli altri tre abbiano composto musica fantastica e probabilmente Ringo no, ma lui ha vissuto la vita in modo molto meno drammatico». Il motivo per cui con Mads Mikkelsen si sta parlando di quale membro dei Fab Four vorrebbe essere è che Manfred, il suo personaggio in Mio fratello è un vichingo, The Last Viking, è un picchiatello convinto di essere John Lennon.
La folle dark comedy di Anders Thomas Jensen, in uscita il 26 marzo dopo l’anteprima alla Mostra di Venezia, ruota attorno a due fratelli: Anker (Nikolaj Lie Kaas), prima di essere arrestato per una rapina, chiede al docile Manfred (Mikkelsen) di occultare il malloppo, ma quando esce di galera molto tempo dopo scopre che il fratello, che da bambino era ossessionato dai vichinghi e ora ha problemi dissociativi e pensa di essere John Lennon, ha dimenticato il luogo dove lo ha nascosto. Nel tentativo di ritrovare il borsone con i soldi Anker porta Manfred nella vecchia casa di famiglia, oggi diventata un Airbnb, dove sono nascosti oscuri segreti della loro infanzia e dove il medico che aveva in cura Manfred li raggiunge con altri pazienti psichiatrici, per creare una cover band dei Beatles e far uscire l’uomo dal suo delirio.
«È la sesta volta che lavoro con Thomas, perché mi piace che trovi nella follia la chiave per parlare con onestà e molta poesia di grandi temi come la famiglia, la morte, la vita, la religione. Amo tornare a lavorare nella mia Danimarca per l’amicizia, per la lingua e la possibilità di prendere parte ad alcune storie che quando lavoro all’estero non sarebbe possibile raccontare», ci dice l’attore, che a novembre compirà 60 anni ed è oggi una star globale grazie ai ruoli in Hannibal, Casino Royale, Animali fantastici. I segreti di Silente e Indiana Jones e il quadrante del destino.
Il film parla di identità. Lei, che è abituato a scivolare in altre identità, vi è mai restato intrappolato finite le riprese, oppure è come Stellan Skarsgård, che ha detto che gli basta un secondo per entrare e uscire da un personaggio. «Sono come Stellan, mio grandissimo amico: non mi sono mai perso nella mente di un personaggio. Perché il mio compito è di essere più intelligente del personaggio, capirlo e manipolarlo per adattarlo al film. Più che altro mi è capitato di metterci un po’ a scrollarmi di dosso un certo stato d’animo».
Ad esempio? «Se trascorri tutta la giornata a interpretare una scena o situazioni molto drammatiche o tragiche, ci vuole un po’ per uscirne e tornare alla normalità. Ma non mi immedesimo mai con le emozioni dei personaggi, più che altro sostituisco le mie alle loro».
Ha approfondito il disagio mentale del protagonista per interpretarlo? «No, non mi interessava la diagnosi e non credo il film parli di questo. L’ho immaginato come un adulto rimasto fermo a dieci anni di età e reagisce agli eventi come un bambino. È anche un narcisista ipersensibile, dal cuore molto puro, e siccome l’unico che lo ha sempre difeso è suo fratello, il suo sogno dopo averlo perso per via del carcere è recuperarlo nella propria vita».
Nel film c’è il mito del vichingo, che deve essere molto presente nei Paesi scandinavi. Lei da bambino si è mai immedesimato in questa figura così potente? «Anders Thomas l’ha inserito nel film per parlare della storia di un padre che ama suo figlio a tal punto da sacrificare il mondo intero pur di non farlo sentire diverso dagli altri. Per quanto mi riguarda, non l’ho mai detto a nessuno, ma a otto anni non mi immedesimavo con un vichingo ma con Bruce Lee. Lo amavo alla follia, perché non era gigantesco ma era fortissimo. Mi vestivo come lui, camminavo per la strada e mi sentivo imbattibile».
Se anche lei come Manfred avesse problemi di identità chi vorrebbe essere? «Sicuramente uno sportivo: uno come Messi, Usain Bolt o Roger Federer. Mi accontenterei anche di essere Mads Pederson e avere il loro talento. Amo lo sport, e avrei voluto diventare un calciatore del Barcellona o un atleta, ma non avevo abbastanza talento».
A quando risale questa passione? «Il mio insegnante di matematica al liceo teneva corsi di ginnastica e ho cominciato ad allenarmi. Poi mi hanno chiesto di fare delle acrobazie in un musical, e siccome ero dotato ho cominciato a danzare. Ballando per dieci anni ho capito che i momenti dello spettacolo che preferivo erano quelli in grado di esprimere il dramma umano e che diventando attore avrei potuto concentrarmi solo su quello. Per questo ho girato il mio primo film tardi, a 31 anni».
Avrebbe voluto iniziare prima? «No, perché mi ha aiutato a tenere i piedi per terra quando è arrivato il successo, prima con una serie tv che mi ha reso famoso in Danimarca e poi con i film hollywoodiani».
Ci sono tanti film ultimamente come Jay Kelly o Late Fame che parlano della condanna per gli attori di essere celebri. Che ne pensa? «Oggi per molti giovani essere famosi è l’obiettivo, io non ci ho mai pensato e mi è capitato. Rimpiango di non poter osservare più la gente per studiarne il comportamento e i tic, perché ora tutti guardano me. Ma ci ho fatto l’abitudine e vado in giro come tutti dimenticandomi la fama. Finché qualcuno non mi ferma e mi chiede di fare una foto».