Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  marzo 22 Domenica calendario

L’obiettivo degli anarchici era vicino al casolare esploso

La stavano costruendo in un casolare abbandonato, dentro il Parco degli Acquedotti. Un luogo appartato, scelto per lavorare senza farsi notare. Ma quella bomba – che ha ucciso gli anarchici Sara Ardizzone e Alessandro Mercogliano mentre la stavano preparando – sarebbe stata destinata a un attentato in un’area poco lontana, nello stesso quadrante a sud-est della capitale.
È una delle ipotesi emerse ieri al Viminale, durante la riunione del Comitato di analisi strategica antiterrorismo. Il tipo di ordigno, realizzato con fertilizzante e quindi poco stabile, rafforza l’idea di un obiettivo vicino, senza lunghi spostamenti: in quell’area si concentrano uno snodo ferroviario, il polo Tuscolano della polizia e una caserma dei carabinieri. Proprio per la sua instabilità l’ordigno avrebbe dovuto essere utilizzato in tempi rapidi, tra le 24 e le 48 ore. Da qui si muove l’inchiesta del pubblico ministero Mario Dovinola, che insieme alla Digos sta ricomponendo un puzzle complesso.
Ieri la polizia si è mossa d’iniziativa: cinque anarchici sono stati perquisiti nel tentativo di individuare collegamenti, contatti e possibili complicità. Altre due persone, che ruotano nello stesso ambiente, sono state sentite a sommarie informazioni.
Gli accertamenti passano anche dalle case di Mercogliano e Ardizzone, che erano una coppia. Gli investigatori sono entrati nel loro appartamento nel quartiere Alessandrino e hanno sequestrato computer, telefoni e supporti digitali. Materiale ora al vaglio per ricostruire le ultime ore, ma soprattutto per capire se esistessero contatti operativi o indicazioni su un possibile obiettivo.
Poi ci sono gli elementi lasciati sul posto. Le bottiglie di diserbanti e fertilizzanti utilizzate per assemblare l’ordigno sono diventate una traccia. Dalle etichette si prova a risalire ai luoghi di acquisto, ai negozi, ai movimenti precedenti. Un lavoro lento, ma potenzialmente decisivo, dove si sono riforniti, quando, se qualcuno li ha visti.
Nel passato di Mercogliano compare anche un capitolo già noto agli investigatori. Il suo nome era emerso nell’indagine sull’attentato al manager di Ansaldo Energia Roberto Adinolfi, gambizzato a Genova nel 2012 da Alfredo Cospito e Nicola Gai. In quell’occasione era stato sospettato di aver rubato e nascosto il motorino utilizzato per l’azione, la sua posizione era poi stata archiviata. Un elemento che contribuisce a delineare un profilo legato a doppio filo ai gruppi anarchici più violenti.
Sullo sfondo resta il movente. Non è ancora una certezza, ma è una chiave di lettura che orienta gli accertamenti degli investigatori: la mobilitazione contro il 41 bis e la figura di Cospito, diventata negli ultimi anni centrale per l’area anarchica più radicale. Un filo che riaffiora anche all’esterno.
Sui muri della stazione metro B Marconi di Roma sono comparse – scoperte dai carabinieri – scritte anarchiche: “La vendetta sarà terribile”, “Fuori tutti dalle galere”, “No al 41 bis”, “Pace agli oppressi guerra agli oppressori”. Frasi tracciate con vernice nera, accompagnate dalla classica A cerchiata. Non una rivendicazione diretta, ma un segnale coerente con il clima che attraversa quella galassia politica.
Nelle stesse ore, su alcuni blog riconducibili all’area anarchica, è stato pubblicato un documento firmato da diversi circoli: «Sara e Sandro sono morti in azione, sono morti combattendo». E ancora: «La guerra sociale non è una recita, uno stile di vita o una sottocultura. È anzitutto una guerra». I due vengono descritti come «un esempio luminoso» e «rivoluzionari fino all’ultimo istante della loro vita».
Parole che rafforzano il movente, ma che ancora non chiariscono in modo netto il punto decisivo: dove doveva essere piazzata la bomba.