la Repubblica, 22 marzo 2026
Velasco parla di come la pallavolo lo salvò nel ’76
Julio Velasco, per molti il più grande allenatore di pallavolo di tutti i tempi, voleva fare l’insegnante. Il volley fu il rifugio, la clandestinità, per scappare da una dittatura che iniziò esattamente 50 anni fa e che fece vittime tra familiari e amici. La straordinaria parabola della sua carriera inizia con il momento più drammatico della storia dell’Argentina.
Cosa ricorda del 24 marzo del 1976?
«Ero un militante ed ero informato su ciò che succedeva. Molti pensano che tutto iniziò il giorno del golpe. Ma la violenza iniziò prima. Io fui costretto a lasciare La Plata prima del 1976. Ero stato cacciato dal mio lavoro di “precettore”, una sorta di aiuto insegnante. Anche la mia compagna fu mandata via dall’università. Iniziai ad allenare per quello. Fu l’unico effetto positivo di quel periodo. Già nel ‘74 e ‘75 era iniziata una lotta feroce tra i movimenti interni al peronismo. Quando venne il golpe decisi di non tornare più: la situazione lì era precipitata. Ero a casa quando seppi la notizia. Ricordo la radio e le marce militari. Ma non fui sorpreso: era una situazione annunciata».
Quanto vicino è arrivata la repressione?
«Molto. Il mio migliore amico delle superiori fu ucciso nella prima settimana del golpe. Mio fratello fu sequestrato nel 1977. Dormiva da mia madre, erano due anni che non militava e non si sentiva a rischio. Lo hanno arrestato alle tre del mattino: per 45 giorni non sapemmo nulla di lui, poi fu rilasciato ed emigrò. È morto, più giovane di me, di malattia. Ho avuto amici e conoscenti uccisi. Un ragazzo venne a dormire da noi, poi se ne andò: due giorni dopo fu trovato morto fuori città. Se si guarda l’elenco dei desaparecidos avevano dai 18 ai 24 anni. Io potevo essere uno di loro. Al mio liceo c’è una targa con i nomi di quelli che hanno perso la vita: spesso mi chiedo, pensando a ciò che ho raggiunto io, cosa avrebbero potuto fare tutti loro».
50 anni dopo in genere si fanno bilanci. Quello sulla memoria rischia di essere amaro in Argentina...
«La mia generazione è stata marchiata a fuoco. A posteriori accadde come in Italia: erano tutti in montagna a fare i partigiani. Cosi è successo in Argentina: è vero che alcuni non sapevano tutto, ma molti sapevano e guardavano dall’altra parte. Anche perché la situazione prima del golpe era stata insostenibile. Vedere che oggi c’è chi cerca di giustificarlo è doloroso e fa arrabbiare».
Lei ha visitato la Escuela Mecánica de la Armada (Esma), luogo di tortura poi trasformato in luogo di memoria, ora minacciato dai tagli?
«Sono stato all’Esma e anche dove tennero mio fratello a La Plata. La cosa impressionante dell’Esma è la collocazione: accanto allo stadio del River, in un quartiere elegante. Come se fosse su viale Parioli. Fa impressione che la violenza venisse perpetrata in un luogo del genere, dove si formavano gli ufficiali della Marina. Ma questa era la strategia: di coinvolgere il maggior numero di persone possibili, in modo che poi fosse difficile stabilire le responsabilità».
L’Argentina ha fatto scuola per come ha processato e condannato in vita i responsabili. Ora quelle conquiste sembrano minacciate...
«È stato un risultato straordinario: pochi Paesi sono riusciti a processare e condannare i responsabili. Secondo me però si è commesso un errore: non valorizzare abbastanza questo risultato. È spesso stato raccontato come un processo fallimentare, e questo ha alimentato reazioni opposte. Fenomeni come quello di Javier Milei nascono anche da qui: dalla frustrazione e dalla sensazione che nulla abbia funzionato».
Lei cita spesso le madri di Plaza de Mayo anche nei discorsi alle ragazze della Nazionale?
«Sì, spesso porto le madri di Plaza de Mayo come esempio di motivazione per le ragazze. Le madri non erano figure pubbliche. Estela Carlotto era professoressa. Ma c’erano casalinghe e impiegate, che però di fronte a una motivazione come quella della perdita di un figlio diedero vita a questo movimento. Alle ragazze faccio anche notare che non c’è stato un movimento di padri. Il perché non lo so, ma il rapporto madre e figlio è particolare: non fregava niente a loro di morire. Camminare di fronte alla Casa del governo in quegli anni era quasi suicidarsi. E andavano lo stesso. Le cito per spiegare che il coraggio e lo spirito guerrigliero che spesso si attribuisccono agli uomini appartiene anche alle donne. Mia madre, quando scomparve mio fratello, non fece nulla e fu terribile. Non tornò più ad essere come prima».
Perché dice che la pallavolo le ha salvato la vita?
«Me l’ha salvata perché in quegli anni il rischio enorme era la depressione. Restavi senza niente di ciò che avevi prima. A me mancavano cinque esami per finire Filosofia e volevo insegnare. Ma non potevo tornare a La Plata: una città con le strade larghe dove giravano le Ford Falcon verdi dei militari con i torturati dentro costretti a segnalare per strada altri attivisti. Non potevo camminare lì. E anche dopo ci ho messo molto. La pallavolo per me fu un rifugio: era uno sport di cui nessuno si interessava e mi permise di restare sottotraccia. I bambini di dieci anni mi davano allegria e ogni anno avevo un’opportunità migliore. Dunque iniziai una vita che mi dava soddisfazioni personali e professionali. La pallavolo mi ha salvato».
L’Argentina ha vinto i mondiali in piena dittatura. Lei sostiene che il boicottaggio olimpico della Russia non sia corretto.
«La premessa è che difendo l’Ucraina senza se e senza ma. Pensare ai ragazzini russi di 16 e 18 anni che non possono giocare il mondiale giovanile perché la Russia ha invaso l’Ucraina a me sembra demenziale. Vietare un direttore di orchestra non è altro che un favore a Putin. Perché non c’è nulla che compatta di più un Paese che sentirsi attaccato da fuori. La Russia va colpita in altro modo. Per esempio boicottandone l’economia».
Dove trova motivazione nel lavoro?
«Lavorare con i giovani è un privilegio assoluto. E poi lo sport cambia costantemente: uno vince un campionato e l’anno dopo si riparte tutti dallo stesso punto. Infine perché, semplicemente, è quello che mi piace fare. Molte volte mi hanno proposto altre cose, e rispondo sempre con il racconto di Gianni Mura: mi disse che gli avevano chiesto di fare il capo dello sport a Repubblica e che rifiutò perché gli piaceva scrivere. Per me è lo stesso: mi piace fare questo. L’altra frase che uso è quella di Clint Eastwood, che alla domanda sul perché continui a fare film, risponde: “Non voglio lasciare entrare il vecchio”».