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 2026  marzo 22 Domenica calendario

Daria Bignardi parla dei piatti più importanti della sua vita

«Tendo ad avvilirmi in mancanza di buon cibo e nuove avventure». Nel suo ultimo libro, «Nostra solitudine», Daria Bignardi scrive una frase manifesto che racconta molto di lei e che, per il grande pubblico, è un lato inedito. Capitolo dopo capitolo, viaggi, esperienze e dolori sono scanditi da piatti e ingredienti saporiti. Ma che cos’è per la giornalista, scrittrice e podcaster, il buon cibo? «È il cibo gustoso cucinato con ingredienti semplici e sani», ci spiega. Assaporato sin da quando ha ricordi grazie ai suoi genitori, bolognesi, cui piaceva mangiare bene.
In «Nostra solitudine» viaggi ed esperienze s’intrecciano spesso con un piatto o un cibo. Pagina uno: la zuppa pho, che mangia ad Hanoi. 
«Dopo una settimana che non mangiavo altro, deliziata, ho scoperto che il brodo del pho, nel quale cuociono gli spaghetti di riso, non è altro che un brodo di carne, verdure e spezie che bolle per ore e ore, come il nostro brodo emiliano. Il rito poi di condirlo con erbe fresche, lime, germogli di soia, zenzero e peperoncino lo rende ancora più interessante». 
Sul carretto di un ambulante, sul delta del Megonk, le sembra di trovare il pasticcio di maccheroni ferraresi. In realtà è il pateso vietamita. 
«Il pasticcio di maccheroni non è un dolce ma un primo piatto. La crosta di pastafrolla è dolce ma il ripieno è salato. Quel piccolo pateso vietnamita era salato e non era granché ma per costare tre centesimi non era nemmeno malissimo». 
Il pasticcio di maccheroni ferraresi è il piatto culto della sua famiglia. 
«Lo preparava il giorno di Santo Stefano la madre di mio cognato Stefano, la nonna Bruna. Ci metteva giorni e giorni. Mia sorella si è sposata quando io avevo 14 anni quindi la nonna Bruna e il suo pasticcio meraviglioso ci sono da sempre e sono il simbolo del nostro Natale. Da quando lei non c’è più lo ordiniamo in pasticceria e ogni anno facciamo lunghe dissertazioni sulla consistenza della frolla, sulla besciamella che non deve essere né troppa né poca, sul ripieno di ragù bianco e maccheroni. Ne andiamo tutti pazzi, ci litighiamo l’ultima fetta e se qualche nuovo acquisto in famiglia non lo ama lo guardiamo con sospetto e profetizziamo una separazione». 
L’arrosto «fatto senza guardare» di sua mamma, di cui parla in un altro libro, Non vi lascerò orfani, che sapore aveva? 
«Era misteriosamente buonissimo! Lei buttava in pentola un pezzo di vitello con aglio, olio e rosmarino. Non mi ricordo se lo bagnasse con vino o brodo o fondo di cottura, ma era miracoloso che non bruciasse nonostante la poca attenzione con la quale lo preparava». 
La prima sensazione che le evocano i cappelletti in brodo? 
«Intanto io li chiamo tortellini, se permette. Poi mi ricordano la nonna Atala, bolognese, dalla quale li mangiavamo a Natale quando ero bambina fino a che non è morta e abbiamo iniziato i Natali ferraresi sotto la giurisdizione del Pasticcio di Maccheroni della nonna Bruna. Il brodo il 25 dicembre coi tortellini fatti in casa c’è sempre stato. Ora lo preparo io, gli anni scorsi mia nipote, prima ancora mia sorella e prima di lei la nonna. Io il brodo lo mangerei tutti i giorni, con qualche senso di colpa: a differenza di mia figlia, non sono ancora diventata vegetariana, che sarebbe una cosa intelligente da fare». 
Ha confessato di cucinare poco, tranne quando vengono da lei i suoi figli. Cosa prepara loro? 
«Adesso cucino poco ma chissà, prima o poi ricomincerò. Quando vengono a trovarmi faccio gli spaghetti con le vongole o col sugo di totani: i primi me li ha insegnati la prima ex suocera, Eugenia, i secondi la seconda, Alessandra». 
Lei viaggia molto e condivide la tavola con tante persone. In Cisgiordania, scrive in Nostra solitudine, mangia pollo arrosto con dei volontari internazionali. 
«Il pollo era a pezzi e cotto con le verdure sulla legna, nel cortile di una guest house per cooperanti che ora è stata in parte distrutta, sulle colline di Hebron. Hummus e pita sono il pasto veloce che in Medioriente non manca mai, come il nostro panino al salame». 
A Ramallah, la accoglie per un caffè la scrittrice Suad Amiry, autrice di Sharon e mia suocera. Che sapore avevano i dolcetti che le ha offerto? 
«I dolci arabi con miele, mandorle e datteri sono deliziosi, dolcissimi, un paio saziano come un pasto completo. Quelli di Suad Amiry non erano da meno anche se mi sono andati di traverso quando mi ha detto giustamente che non le venissimo a parlare di democrazia in Europa visto come l’Europa era indifferente a Gaza». 
In Vietnam si appassiona al cappuccino. Il più buono, a Milano, dove lo beve? 
«Alla “Torrefazione Vercelli” di via Cherubini, un caffè che ha più di settant’anni e resiste fieramente a ogni moda. Ora sono passata al marocchino perché il barista lo fa col cacao amaro che esalta il gusto del caffè. È un bar dove non ci si siede, solo caffè in piedi, al volo. I baristi parlano poco, a bassa voce e solo di calcio coi clienti tifosi, quindi non con me. Ci vado da anni ma ci salutiamo appena. Un luogo molto sobrio e milanese al quale sono affezionatissima». 
A proposito di Milano, ci vive da quarant’anni. Ce l’ha un ristorante preferito? 
«Sì ma lo tengo per me. Le dico solo che fanno un’ottima cervella fritta». 
Il piatto coccola? 
«La trippa e tutte le interiora: rognone, fegato, lingua, animelle». 

Parlarne tra amici, il suo podcast di libri, è un successo. Se potesse ospitare lo scrittore del cuore, chi inviterebbe? 
«Robert Louis Stevenson! Avrebbe storie davvero avventurose da raccontare». 

Il libro che ha più influenzato la sua vita? 
«Seminario sulla gioventù di Aldo Busi». 
Quello ora sul comodino? 
«Ho una pila di mezzo metro: in cima c’è La sedia del sadico di Chiara Alessi, super interessante». 
Chiudiamo come abbiamo iniziamo: cibo e avventure. I prossimi? 
«Sto giusto per andare a tavola a mangiare un bellissimo minestrone che ho scongelato. Ci aggiungo un po’ d’olio buono e una grattata di parmigiano. La prossima avventura sta covando: a gennaio sono stata nel sud della Siria dove ho visto uno dei teatri romani meglio conservati al mondo, a Bosra. A Damasco ho anche scoperto una nuova infusione, eccezionale, a base di cumino e limone. Vorrei tornare da quelle parti, magari in Iraq. Ma le avventure possono essere anche più vicine se uno è curioso».