corriere.it, 21 marzo 2026
Supervisionare gli agenti di IA «frigge il cervello»
Il troppo stroppia, sempre, e l’intelligenza artificiale non fa di certo eccezione a questa proverbiale regola. In medicina la chiamerebbero «finestra terapeutica», quell’intervallo (più o meno ristretto) di dosaggi che provoca effetti benefici ma che, se superato, porta inevitabilmente conseguenze spiacevoli e non desiderate.
Così l’intelligenza artificiale, nata (almeno in un primo momento) con buoni propositi per alleggerire il carico dei lavoratori nelle mansioni più ripetitive e noiose (allontanandoli dal rischio di burnout), finisce paradossalmente per portarli ad uno stato di affaticamento cognitivo.
I ricercatori della Harvard Business School lo hanno definito «Brain Fry» (cervello fritto, in italiano), e a ben vedere è un’immagine che evoca efficacemente il processo di esaurimento cognitivo, provocato dall’uso sregolato delle piattaforme AI in diversi contesti lavorativi.
Tutto è partito da Gas Town, una piattaforma open-source lanciata lo scorso primo gennaio dal programmatore Steve Yegge, con l’intento di dirigere (alla stregua di un direttore d’orchestra) più agenti AI in contemporanea per lo sviluppo di software a velocità sorprendenti, difficilmente eguagliabili dalla forza lavoro umana.
Lasciando per un attimo da parte l’innegabile quantità di tempo recuperata dall’utilizzo dell’innovativo tool per la scrittura autonoma delle righe di codice, diversi utenti avrebbero riportato un’inspiegabile sensazione di stress cognitivo, ed è proprio questo il fattore che avrebbe acceso una scintilla tra gli studiosi dell’Università di Harvard per saperne di più in merito.
Secondo quanto dichiarato dallo studio statunitense, oltre il 25% dei lavoratori (su un campione di 1,488 dipendenti a tempo pieno) deputati alla supervisione dei cosiddetti agenti AI, avrebbero riportato uno stato di stanchezza e confusione mentale, che si traduce in un declino delle capacità d’attenzione e difficoltà a concentrarsi. Una condizione descritta dai lavoratori come una «nebbia mentale», con sintomi che spaziano dai più classici mal di testa fino al rallentamento dei processi decisionali.
Ad essere più colpito è il settore del marketing (che rappresenta il 25,9% dei casi), ma il Brain Fry si diffonde a macchia d’olio anche nelle risorse umane, nella finanza, nell’ingegneria e nel supporto tecnico, senza fare discriminazioni. Si tratta di un fenomeno che, sul lungo periodo, drena energie mentali al professionista di turno.
E diventa un problema, quando grandi compagnie tech come Meta (e simili) cominciano a considerare il numero di righe di codice generate dall’intelligenza artificiale come metrica di produttività per i loro ingegneri.
Tradendo la promessa iniziale di usare gli agenti AI per consentire ai lavoratori di concentrarsi su compiti più utili, questi ultimi finiscono per diventare dei veri e propri coordinatori multitasking, responsabili della correzione degli errori e della costante verifica degli output forniti dall’intelligenza artificiale. Stare al passo di agenti virtuali che elaborano a velocità infinitamente superiori a quella umana, però, non è per nulla semplice.
Un lavoro manageriale alla lunga diventa logorante, come racconta l’ingegnere italiano Francesco Bonacci (fondatore di Cua AI) all’interno di un suo post su X: «Finisco ogni giornata lavorativa esausto – non per il lavoro in sè, ma per la gestione del lavoro. Sei worktree aperti, quattro funzionalità scritte a metà, due “correzioni rapide” che si portano dietro una significativa perdita di tempo, e la sensazione sempre più crescente di perdere il filo».
Tutto questo ha un prezzo non indifferente per il lavoratore: si stima infatti un aumento dello sforzo mentale pari al 14% e il 12% in più di affaticamento cognitivo, oltre che un sovraccarico di informazioni del 19%. Lo stesso studio ribalta poi una credenza, ritenuta (erroneamente) vera per tantissimi anni: il multitasking non aumenta la produttività. Se infatti il passaggio da uno a due tool AI porta con sè benefici produttivi, con la supervisione di tre (o più) strumenti la produttività crolla.
Non tutte le intelligenze artificiali vengono per nuocere, però: contrariamente ai casi visti finora, l’uso dell’AI nello svolgimento di mansioni ripetitive avrebbe portato una diminuzione del rischio di burnout, e qui è bene fare un importante distinguo. Il burnout è infatti confinato esclusivamente alla sfera fisica ed emotiva, mentre il sovraccarico cognitivo origina dall’attivazione dell’attenzione, dal controllo esecutivo e dalla memoria di lavoro: tutti processi cognitivi implicitamente richiesti dalla supervisione degli agenti AI.