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 2026  marzo 22 Domenica calendario

Alice De André parla di suo nonno

Alice non canta De André.
«No, nessuna intenzione di farlo. Ho scelto questo titolo per il mio spettacolo a teatro proprio per mettere subito le cose in chiaro».
Chiariamo noi: lei si chiama Alice De André, Fabrizio era suo nonno ed evidentemente non è facile portare in giro un cognome tanto importante.
«Quando mi presento e dico che faccio spettacoli, la prima reazione è: “Ma quindi canti anche tu?”. Allora devo ripetere sempre lo stesso ritornello: “Mi chiamo De André ma non canto, recito. Ad un certo punto però ho capito che quella domanda era già uno spettacolo».
Quindi? Cosa racconta sul palco? Con la sua tournée sarà fino a maggio in diverse città d’Italia.
«Parlo del grande Faber, e lo faccio a modo mio».
Ovvero?
«Con ironia. Quando si diventa una leggenda poi è un po’ una fregatura perché non si può più ridere e scherzare, e invece mio nonno era un uomo che non amava prendersi troppo sul serio. Non credo che oggi avrebbe apprezzato di essere messo su un piedistallo».
Avrebbe invece apprezzato l’ironia?
«L’ironia era una sua grande qualità. E qui che voglio portare il pubblico, a vederlo con un’altra ottica. Voglio renderlo umano senza sminuirlo, nè mancargli di rispetto».
Come riuscirci?
«Per esempio raccontando le parolacce che diceva a quattro anni quando fece amicizia con Paolo Villaggio?».
A quattro anni?
«Già, e Villaggio che era adolescente lo sgridava. Lui era amico di mio zio Mauro».
Poi crescendo sono diventati molto amici loro due.
«Si divertivano insieme. Ho scoperto molto di loro quando ho recitato in un film sulla vita di Paolo Villaggio».
Si dice che fu Villaggio a dare a suo nonno il soprannome Faber.
«È così. Si pensa che fosse un diminutivo di Fabrizio, invece era per via della sua passione per le matite Faber Castell».
Insieme hanno scritto anche quella canzone dissacrante: «Carlo Martello torna dalla battaglia di Poitiers».
«Insieme hanno anche inventato lo spettacolo dei tre minuti».
Che cos’è?
«Era diventata una tradizione a Portobello di Gallura, in una delle due case che mio nonno ha costruito in Sardegna. Lì con mio nonno e Villaggio si trovavano Mastroianni, Tognazzi, Marco Ferreri, Walter Chiari... oddio sembra l’enciclopedia dello spettacolo italiano...».
Cosa facevano?
«Improvvisavano: un monologo, uno sketch, una canzone, quello che volevano. Basta che fossero originali, brillanti e stessero dentro i tre minuti».
Magari poter filmare quelle scene...
«Di quelle serate sono rimasti soltanto i ricordi che si tramandano. E secondo me è bello così».
L’altra casa che Faber costruì in Sardegna è all’Agnata, vicino Tempio Pausania, dove fu rapito. Lui era molto legato all’isola.
«Quello per la Sardegna è un piccolo mal d’Africa di famiglia. Ce l’ha anche mio padre Cristiano, oggi vive a Portobello. Io ci sono nata, a Tempio, e ci passo almeno sei mesi l’anno, del resto il mio fidanzato ha messo su una scuola di vela, a Porto Pollo».
È sardo il suo fidanzato?
«È veneto, si è laureato in giurisprudenza. Poi ha deciso di cambiare rotta e di lavorare al mare.
Io in Sardegna scrivo i testi dei miei spettacoli. Posso dire? È molto meglio farlo guardando il mare che chiusa in casa a Milano».
Quando lo ha scritto, «Alice (non canta) De André»?
«È un puzzle di tanti spezzoni, un monologo che è cresciuto piano piano dentro di me. Il primo pezzo nasce quando avevo addirittura quattordici anni, poi ci ho lavorato nel tempo. E ho aspettato di sentirmi pronta prima di portarlo in scena».
Un viaggio psicanalitico attraverso la figura di suo nonno. Lei è l’unica tra i suoi quattro fratelli che non l’ha conosciuto.
«È mancato pochi mesi prima della mia nascita. Mia madre è comunque riuscita a creare una comunicazione fisica, la mano di mio nonno sul suo pancione».
Lei tra i suoi fratelli è anche l’unica che non ha la «F» come iniziale del nome...
«Mannaggia, quando ero piccolina questa cosa l’ho sofferta. Dicevo a mio padre: “Perché non mi avete chiamato Federica?” Anche io volevo presentarmi come F.De André. Poi ci ho riflettuto... magari questo pezzo di psicanalisi me lo sono risparmiato (ride)...»
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E alla fine non canta: recita. Non è il primo spettacolo questo suo.
«Ho recitato nel film sulla vita di Paolo Villaggio, dicevo. A teatro ho portato in scena due testi che ho scritto per la fondazione “Un futuro per l’Asperger”. Per far recitare ragazzi con questa sindrome. Ho messo su una scuola di teatro per loro, adesso è partito il secondo corso».
Il teatro come terapia?
«I ragazzi con l’Asperger hanno difficoltà relazionali, il teatro è uno stimolo. Per il resto in tante cose sono ben più avanti di noi neurotipici».
Come ha fatto a studiare suo nonno per raccontarlo?
«Molto con le testimonianze di famiglia. Ma ancora di più con la sua musica: questa è l’eredità che ci ha lasciato. La cosa interessante è che le curiosità che tutti cercano chiedendo a me e a mio padre si trovano semplicemente nella sua musica».
Cosa le chiedono più spesso?
«Com’era suo nonno?».
Com’era?
«Era una Bocca di Rosa. Un Amico fragile. Un suonatore Jones».
Suo nonno diceva che la canzone che lo rappresentava di più era Bocca di Rosa. Concorda?
«Per me è un Amico fragile».
Perché?
«Rappresenta bene la nostra famiglia. Mio nonno, mio padre, me. Quella fragilità, quel non sentirsi parte di qualche cosa, la ricerca di un contatto vero che soprattutto oggi sembra impossibile trovare. Quella forma di ribellione...».
Il testo di Amico fragile è nato proprio da una ribellione.
«Da un senso di non appartenenza, di una certa vulnerabilità che fa nascere quel graffio dentro. La sera che ha composto “Amico fragile” mio nonno era ospite nel salotto di una casa di Portobello. Provava ad aprire discussioni, gli altri non lo prendevano sul serio. Gli dicevano: “Ma lascia stare queste cose, canta piuttosto”».
E lui ha sbattuto la porta del salotto e se ne è andato...
«Si è chiuso nel garage di casa sua e ha scritto quel capolavoro».
Amico fragile è diventato l’emblema di suo nonno. La canzone è quasi un inno, protagonista delle Cantate anarchiche, i raduni che vengono organizzati nelle piazze d’Italia ogni 11 gennaio, l’anniversario della sua morte.
«Che belle le cantate anarchiche. Io vado a quelle in Duomo, a Milano. Sono momenti magici, pieni di giovani, ognuno porta il suo strumento, la sua libertà».
La magia è che i giovani oggi ammirino e celebrino le canzoni di Fabrizio De André, nato nel 1940.
«Eh sì, è questo il suo essere eterno. Si parla tanto male dei giovani ma queste adunate rincuorano».
A proposito di giovani: cosa pensa direbbe suo nonno dell’uso smodato di internet, degli smartphone, dei social?
«Non li avrebbe condannati. Avrebbe trovato invece il loro lato positivo. Lui non si è mai opposto alle novità, ha sempre accompagnato lo scorrere del tempo. Piuttosto sarebbe affranto per altre situazioni dolorose, lui che ha sempre dato voci agli ultimi. Ha raccontato lo sterminio degli indiani d’America, oggi canterebbe le deportazioni degli immigrati».