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 2026  marzo 22 Domenica calendario

Intervista a Giuseppina Pesce

Giuseppina Pesce vive sotto falsa identità, in una località segreta. È figlia, nipote, sorella, moglie di ‘ndranghetisti. Peppe, il fratello di suo nonno, e Antonino, il fratello di suo padre Salvatore, sono stati i capi di uno dei clan più importanti, i Pesce. E lei li ha fatti arrestare tutti.
Nel computer appare via zoom un volto che dimostra meno dei suoi 46 anni, e non ha nulla dello stereotipo della donna di mafia. In mano ha le bozze del libro che ha scritto con un giornalista coraggioso, attivista anti-ndrangheta, Danilo Chirico. Si intitola «La figlia del clan», esce dopodomani.
Signora Pesce, cosa ricorda della sua infanzia?
«Da bambina non mi rendevo conto di nulla. Ricordo una famiglia numerosa, i pranzi della domenica in campagna, tavolate da 50 o 60 persone, una perenna atmosfera di festa».
Quando ha capito che la sua era una famiglia di ‘ndrangheta?
«Avevo cinque anni quando mio nonno, il padre di mia madre Angela, sparì nel nulla. Seppi poi che aveva una storia con una donna sposata, e il marito lo uccise. Fino a quel momento eravamo, o sembravamo, una famiglia felice. Fu allora che cominciai a respirare aria di morte».
Cosa ricorda di quel lutto?
«Mia mamma e mia nonne vestite di nero. I detti e i non detti. La curiosità ti porta ad ascoltare, anche se non potresti. Intuisco che c’è qualcosa di strano».
Poi ci fu un’altra morte.
«Era il 1990, avevo undici anni. Una sera d’estate, al mare. Arrivano in casa nostra un po’ di persone, parlano con mio padre, ci riportano a Rosarno. Mia madre si mette a piangere in macchina, papà tenta di calmarla. La morte del nonno era stata vendicata, e mamma temeva una ritorsione sul fratello più grande, che era in carcere. Invece avevano ucciso il fratello più piccolo».
Cos’era successo?
«Zio Pasquale aveva solo diciotto anni. Per me era come un fratello maggiore, dormiva con noi, giocavamo insieme. Gli sparò il panettiere che stava rapinando, ma quello non chiamò subito i soccorsi, forse aveva paura, rimase lì a guardarlo agonizzare, quando arrivò l’ambulanza era troppo tardi, mio zio era morto dissanguato. Mamma era caduta in depressione dopo l’assassinio del padre, si era chiusa in se stessa, si era allontanata da noi figli; però si stava un po’ riprendendo. Il colpo fu durissimo».
Chi le disse cosa era accaduto?
«Nessuno. Lo scoprii il giorno dopo. Stavo giocando per strada con i miei fratelli piccoli, vidi una persona leggere il giornale e siccome ero una bambina curiosa andai dall’altra parte a leggere il titolo: “Ucciso Pasquale Ferraro”. Piansi. E me la presi con i miei genitori, che non mi avevano dato una spiegazione. Volevo partecipare al funerale, mio padre mi consentì di guardarlo dalla finestra».
A 14 anni lei fuggì di casa.
«Con un ragazzo più grande di sette anni, Rocco Palaia. Mamma non c’era quasi più, era assente per la sua depressione. Volevo crearmi qualcosa di mio. Finite le medie avrei dovuto andare a scuola fuori dal paese, ma non mi fu permesso. Era il tempo dei primi amori, dei ragazzi che ti facevano la corte, e anch’io mi innamorai. I miei erano contrari, quel ragazzo non piaceva a mia madre; così facemmo la fuitina».

La fuga, con matrimonio riparatore.
«Andai a vivere con lui, dai suoi. Passai dalla cameretta con le bambole alla casa di un uomo. Pareva un ragazzo normale, mi avevano messo in guardia che si drogava, ma io non ci credevo, pensavo fosse una scusa per non farmelo frequentare. Invece me ne accorgo subito. In dieci giorni viene fuori il suo carattere: gli dico che non voglio stare con sua madre, e lui offeso mi dà uno schiaffo. Da lì in poi fu un incubo. Rimasi incinta di una femminuccia. Lui si drogava, beveva, mi picchiava. Mio padre, che non mi aveva mai sfiorata, lo prese come un affronto: già mi hai portato via mia figlia, e la batti pure?».
Poi suo padre fu arrestato.
«E mio marito non aveva più nessuno che gli facesse paura. Così mi lascia a casa con la bambina. Poi arriva il maschietto, infine un’altra bambina».
E lei ha un’altra storia d’amore.
«Anni dopo, quando mio marito entrava e usciva dal carcere, e io ero rimasta sola, dopo che mia madre che si era trasferita a Milano. Così mi avvicino a una persona matura, Domenico, più grande di me di vent’anni, che mi aiuta con i bambini. Nasce una storia. Zio Vincenzo, il fratello di mio padre, mi fece capire con una battuta che ero stata scoperta».

Lei però nel libro racconta anche situazioni di privilegio, che le venivano dal fatto di far parte di una famiglia potente e temuta.
«Feci un incidente d’auto. Correvo un po’ troppo, una signora anziana mi tagliò la strada, la scaraventai a terra, avevo paura di averla uccisa; eppure la gente del paese veniva a soccorrere me, che non mi ero fatta niente. “Cosa fate, andate da lei!” gridavo. Il giorno dopo ero al lavoro nel supermercato di famiglia quando mi dissero che stava venendo il figlio della donna. Pensai che avrei dovuto chiedergli scusa. Mi spiegarono che veniva a chiedere scusa lui a me: “Mia madre cammina come una pazza, stava rischiando di farti morire...”. Ma no, ero io che aver rischiato di far morire lei! Però per il paese era un torto fatto ai Pesce. Era così ogni volta. Prenotavo una visita medica con un altro nome, e mi mettevano in coda; scoprivano chi ero, e mi facevano passare subito. Prenotavo un ristorante per un battesimo e non c’era posto, ma all’improvviso il posto spuntava fuori».
Nell’aprile 2010 la arrestano.
«In realtà non avevo fatto niente. Lo dico sempre, ma non ci crede nessuno».
Se non avesse fatto niente non l’avrebbero arrestata.
«Dico “niente” nella logica di un membro di una famiglia mafiosa. Per me essere moglie e figlia, star vicino a un familiare, non era reato. Non avevo mai capito cosa significa alimentare una cosca. Andavo a trovare gli avvocati, mio fratello, mio padre, mio zio, cercavo di fargli avere soldi in carcere. Mi pareva normale».
Come fu il carcere?
«Durissimo. Non lo accettavo, non lo sentivo addosso, mi pareva qualcosa che non mi apparteneva. Combattevo contro questa cosa e mi facevo del male, sia psicologicamente sia fisicamente. Quando il tribunale del riesame confermò l’arresto tentai di uccidermi».
In che modo?
«Con un lenzuolo feci una corda per impiccarmi in bagno, alla doccia. Salii su uno sgabello e mi lasciai andare nel vuoto. Ero disperata, non me la sentivo di affrontare quel percorso. Ma cadendo lo sgabello fece rumore, la secondina che si era appena allontanata tornò indietro, mi scoprì, gridò. Poi non ricordo più nulla. Mi sono svegliata che tutti urlavano, con la suocera di zio Antonino, il boss, che piangeva nelle sua cella. Così mi trasferirono a Lecce».
Andò meglio?
«No. Entro in depressione, tento il suicidio una seconda volta. Inizia il percorso di recupero. Mi portano a Milano, nel reparto psichiatrico del carcere di Opera. Un inferno vero e proprio. Un manicomio, con i matti veri. Mi allontanano dai figli. Chiedevo di vederli e non me li facevano vedere. Mi lascio andare, divento anoressica, rifiuto il cibo: se non posso più tentare il suicidio, l’unica cosa è morire di fame. Pesavo 44 chili, prima ero 61. Mi imbottivo di psicofarmaci, ricordo gli agenti con i guanti, le siringhe e certe megapunture: i detenuti svenivano e dormivano per tre o quattro giorni. Una situazione disumana».
In isolamento?
«Sì. Ero accusata di 416 bis, avevo diritto a un’ora d’aria ma da sola, andavo in biblioteca da sola, se avevo bisogno del medico o del dentista chiudevano tutte le detenute, non potevo avere contatti con nessuno. La direttrice mi diceva: non prendertela con gli altri, la colpa è solo tua. Un giorno mi alzo e dico: vabbé, forse è meglio collaborare, trovare un modo».
Non aveva mai parlato con un magistrato?
«Chiamavo il magistrato, pensavano volessi collaborare, invece chiedevo aiuto, dicevo che non avevo fatto niente; e il magistrato se ne andava. Poi per la prima volta ho incontrato la pm Alessandra Cerreti. Questa signora all’inizio mi faceva tanta paura. Arriva con l’aria arrabbiata e mi fa: “Che vuoi? Se hai qualcosa da dire sto qui, se no me ne vado a Milano a fare shopping”. Risposi: “Posso pure collaborare, ma io non so niente”. Era quello che pensavo: non davo peso alle cose che potevo dire. Ma per la pm già il fatto che una Pesce collaborasse con la giustizia era un grande successo, tutto quello che usciva dalla mia bocca aveva un valore. Mi disse che dovevo darle una cosa concreta».
E lei cosa le diede?
«Le raccontai che mio zio aveva il bunker in casa. Ma questo per me era normale».
Com’erano gli interrogatori?
«Quel giorno parlammo per quattro ore. In tutto furono dodici incontri, anche di nove ore. Cocaina, armi, furti, rapine: le cose venivano fuori».
Grazie alla sua testimonianza, i suoi familiari sono stati condannati.
«Nel processo All Inside. Poi anche grazie alla mia collaborazione sono nati altri due processi, All Inside 2 e Califfo. L’ho fatto per i miei tre figli. Non stavano bene senza di me. Soffrivo io e soffrivano loro».
Nel novembre 2011 lei esce dal carcere.
«Entro nel programma di protezione, vado a vivere da sola in un posto in cui non ero mai stata, con la prima figlia che ha già 14 anni, il maschio nove e la piccola tre. Volevano tornare a casa, si collegavano via Facebook con i familiari a Rosarno. Io sbagliai a farmi raggiungere da Domenico, il mio nuovo compagno. È una fase confusa, litigo con mia figlia, tutto quello che faccio va a rotoli. Così decido di ritrattare. Di non collaborare più. Pensai di tornare in Calabria. I Palaia mi trattavano bene, erano dolcissimi, mi riempivano di regali, mi assicuravano che sarei stata al sicuro. “Se vogliono farti del male devono passare sul mio corpo” mi diceva mio suocero».
È poi tornata davvero in Calabria?
«No. Per fortuna. Perché sono certa che mi avrebbero ammazzata. Fatta sparire. Magari inscenando un suicidio. Per fortuna mi arrestarono prima».
Come mai?
«Una settimana prima di tornare in Calabria accompagno mia figlia in Toscana, a fare un week end con un’amica. Siccome ero agli arresti domiciliari, mi arrestano per evasione. Così mi salvano la vita».
Come fa a essere certa che l’avrebbero uccisa?
«Mio padre mi mandò a dire di non fidarmi di nessuno, di non andare da nessuna parte finché lui fosse stato in carcere. La famiglia di mio marito avrebbe ucciso Domenico, ucciso me, lavato il tradimento e recuperato i ragazzi. Ma questo lo scoprii solo dopo».
Ed è tornata a collaborare.
«È stato quando ho visto mia figlia più piccola denutrita. Ho capito che aveva bisogno di me. La figlia più grande mi ha mandato a dire: mamma sto con te, ce la possiamo fare».
Nel libro lei scrive che a un certo punto sua figlia voleva diventare carabiniere.
«È vero. Eppure fin da piccola il padre l’aveva educata all’idea che le guardie erano i nostri nemici. La cosa si seppe, uscì in un articolo. Solo che i parenti pensarono che l’aspirante carabiniere fosse il figlio maschio, e lo picchiarono, se la presero con lui, che non c’entrava niente. Non potevano reggere la vergogna di avere un familiare “sbirro”. Non è facile crescere in queste condizioni. I ragazzi guardavano un programma tv e chiedevano: cos’è la ‘ndrangheta? Rispondevano: è la famiglia di vostra madre, sono loro che comandano».
E lei li ha fatti condannare tutti.
«Io ho detto solo e sempre le cose che sapevo. Cosa dovevo fare?».
Com’è stata la vita dopo?
«Difficile. La prima fase, terribile. Il processo, le udienze, gli spostamenti, tre figli da iscrivere a scuola, mandare in gita… Hai una nuova identità, un nome che non è il tuo, non conosci nessuno. Poi con il tempo impari. Impari a convivere con il peso, a muoverti, a sostenerti da sola».
Qualcuno dei suoi si è mai fatto vivo?
«Mai. Il padre dei miei figli scriveva lettere ai ragazzi, mandava fotografie. Ora non più. Ho scoperto che mia sorella è diventata mamma perché mio marito ha mandato ai figli le foto dei miei nipotini».
Se i Pesce la trovassero adesso?
«Mio fratello mi ucciderebbe. Hanno intercettato lui e mia nonna che si dicevano: sono cose di famiglie, ce la dobbiamo vedere noi».
Adesso che età hanno i suoi figli?
«La grande trentuno, il maschio 24, la piccola 20. Sono anche nonna, di una bimba di tre anni».
Se potesse tornare indietro, cambierebbe qualcosa?
«Sì. Lascerei mio marito e mi rifarei una vita. Ci ho provato a lasciarlo, con una lettera; ma lui non mi ha risposto, l’ha girata a mio padre. Vivere una storia di nascosto con Domenico è stato un errore».

Collaborare è stata la scelta giusta?
«Con il senno di poi, se ero più forte, forse riuscivo ad affrontare il processo da innocente e riprendevo la mia vita... Pensare che non rivedrò mai più la mia famiglia mi pesa. Un po’ mi manca».
La ndrangheta sarà mai sconfitta?
«No».
Perché?
«Perché arriva sempre una nuova generazione, che diventa sempre più furba. Già la famiglia Pesce era avanti. Non dovete immaginare i boss come delinquenti che vanno in giro con le armi ad ammazzare la gente. Riuscivano ad avere il potere e a fare i soldi sottraendosi sempre agli occhi dello Stato. Ne uscivano sempre puliti. Zio Nino non è stato scoperto, ci sa fare. È stato condannato solo grazie ai collaboratori di giustizia».
Grazie a lei.
«Ma da allora vivo con la paura di essere scoperta».