Corriere della Sera, 22 marzo 2026
I Bts tornano in concerto e i fan invadono Seul
Piazza Gwanghwamun, cuore di Seul, è stata occupata per una notte dalla Army (l’esercito). Niente paura: nessun golpe come quello tentato nel 2024 dall’allora presidente Yoon, né un’incursione delle forze nordcoreane, attestate sul 38° parallelo a poche decine di chilometri dalla capitale del Sud.
Army, in inglese, è il nome che si sono dati i milioni di fan della band regina del K-pop, i Bts. E ieri Seul ha celebrato il ritorno in scena dei suoi idoli, riuniti dopo oltre tre anni di sosta dovuta al servizio militare, obbligatorio nella Sud Corea ancora «tecnicamente in guerra» con il Nord. Il conflitto del 1950-1953 si è solo fermato a un cessate il fuoco siglato a Panmunjom e quasi ogni giorno Kim Jong-un ricorda con lanci di missili e manovre di carri armati quanto sia vicino il pericolo. La naja quindi in Corea del Sud resta rigorosa, dura tra i 18 e i 21 mesi per tutti i maschi abili (non per le ragazze, che però possono arruolarsi volontariamente).
I sette musicisti dei Bts hanno fatto il loro dovere e, come promesso nel 2022 quando il primo di loro era stato chiamato alla leva, sono risaliti sul palco. Sono passati tre anni, cinque mesi e sei giorni, come ogni membro praticante della Army sa. Enorme attesa e le autorità, ricordando la strage nella ressa della festa di Halloween del 2022, avevano contingentato le presenze, limitando a 22mila i biglietti per il parterre sotto il palco. Si prevedevano oltre 200mila presenze in tutta la grande piazza Gwanghwamun, alla fine i fan presenti sono stati tra i 50 e i 100mila, ma milioni di giovani nel mondo hanno potuto seguire il concerto trasmesso in streaming su Netflix, gratuitamente.
Seul si è colorata di viola, il colore che identifica i BTS. I sette «reduci» del servizio militare sono arrivati sul palco percorrendo la via del Re che parte dal palazzo Gyeongbokgung della dinastia Joseon e simbolo dell’identità nazionale coreana. I membri della band, RM, Jin, Suga, J-Hope, Jimin, V e Jung Kook hanno giocato sui sentimenti patriottici. L’album del rientro, presentato ieri sera, si chiama Arirang: ha preso a prestito il titolo della più popolare melodia della penisola, considerata un inno nazionale non ufficiale che fonde nostalgia, amore, orgoglio e resilienza. Nel primo giorno di uscita ha già venduto quattro milioni di copie.
Si fanno già i conti economici del ritorno: ad aprile i Bts partiranno per un tour mondiale di 82 date attraverso 34 stadi, da Tokyo a Singapore, da Las Vegas a Los Angeles, Londra, Madrid, Parigi. Gli oltre due milioni di posti per le 41 date nelle arene americane sono già tutti venduti, gli esperti di marketing prevedono che i biglietti genereranno più di due miliardi di dollari, battendo il record del tour Eras di Taylor Swift.
Il K-pop, diventato fenomeno globale proprio grazie ai Bts attivi dal 2013, è non solo un’espressione di soft power culturale coreano, ma si è imposto come voce nell’economia del Paese: il brand ha fruttato decine di miliardi di dollari dalla vendita dei brani musicali e dall’export di prodotti cosmetici e capi d’abbigliamento pubblicizzati dal gruppo. Per questi motivi economici nel 2022 si era aperto un dibattito sulla possibilità di esentare dalla naja i cantanti d’oro. Prevalse la ragione della sicurezza nazionale e i sette partirono uno alla volta.
L’acronimo Bts sta per «Bang Tan Sonyeondan»: «Gruppo di ragazzi a prova di proiettile». Nome azzeccato: Jin ha prestato servizio con un reparto di prima linea sul 38° Parallelo, «la frontiera più terrificante del mondo» come la definì il presidente americano Bill Clinton.