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 2026  marzo 22 Domenica calendario

Trump è contento per la morte di Robert Mueller

«Good, I’m glad he’s dead». Basterebbe il compiacimento di Donald Trump alla notizia della morte dell’ottantunenne Robert Mueller III per far ruotare ogni storia che riguarda l’ex direttore dell’Fbi, secondo alcuni il più grande che l’America abbia avuto, intorno al Russiagate e alla diatriba che mise Mueller in rotta con l’attuale presidente al primo mandato. Certo Bobby Tre Bastoni (come lo chiamavano al Bureau per via dei numeri romani che ornavano il suo nome) è stato più di quello che i trumpiani doc considerano il persecutore del grande capo e i democratici più accesi il pavido burocrate che non ebbe il coraggio di mandarlo a processo. Quel segaligno newyorkese di buona famiglia ha saputo scontentare tutti, il che di questi tempi rappresenta una medaglia non da poco sul petto dell’ex marine decorato con il Purple Heart per le missioni in Vietnam, il repubblicano liberal per 12 anni comandante pugno di ferro all’Fbi che alle riunioni amava citare un film sulla Guerra Fredda con Gene Hackman che dice: «Ricordatevi che siamo qui per difendere la democrazia, non per praticarla».
«Sono contento che sia morto – ha scritto Trump sui suoi social – Così la smetterà di fare del male a persone innocenti». Il presidente non si riferisce agli inizi di Mueller come procuratore federale a San Francisco nel 1976, o al suo lavoro in prima linea nella Washington di metà anni Novanta quando, ricorda il New York Times, fece condannare un sacco di killer. I dubbi innocenti di cui parla Trump sono i suoi fedelissimi, Flynn e Manafort per esempio, fatti condannare per ostruzione della giustizia nell’inchiesta sulle manovre russe per condizionare le presidenziali del 2016. Mueller, ormai pensionato, fu richiamato dal dipartimento della Giustizia per condurre l’inchiesta passata alla storia come Russiagate. Il rapporto di 448 pagine portò a un esito in certa misura sibillino: sì, la Russia di Putin aveva sistematicamente cercato di aiutare Trump a vincere le elezioni, e il candidato repubblicano aveva incoraggiato l’assistenza di Mosca. Vero che in una decina di casi il team Trump aveva cercato di bloccare l’inchiesta dell’Fbi. Però «questo rapporto non arriva a concludere che il presidente abbia commesso un crimine, e neppure lo esonera». Il suo capo Barr glissò sull’ultima frase, Trump si proclamò completamente «esonerato» dalle accuse, dopo che alla nomina di Mueller procuratore speciale si era visto «fregato» come Nixon ai tempi del Watergate: «Oh, my God, questa è la fine della mia presidenza».
Non lo fu. L’ex marine non rispose mai alle bordate dei trumpiani che lo accusavano di caccia alle streghe ma non arrivò mai a costringere Trump a deporre. Lui che aveva preso le redini dell’Fbi una settimana prima degli attentati dell’11 settembre e nelle prime otto settimane dopo gli attacchi aveva torchiato più di 1.200 persone (e nessun membro di Al Qaeda). Ma mentre la polizia federale potenziava l’antiterrorismo, Mueller seppe denunciare nel 2002 le torture della Cia nella prigione-limbo di Guantanamo. «Gli americani non possono vincere la guerra al terrore e al tempo stesso perdere sul fronte della libertà». Quando Obama arrivò alla Casa Bianca, chiese a Bobby Tre Bastoni di restare un altro po’ sulla tolda dell’Fbi. E lui accettò. Un altro motivo per farsi odiare da Trump?