Corriere della Sera, 22 marzo 2026
Calderoli parla di Bossi
«Sono andato a rendere omaggio a un uomo che mi ha regalato un sogno». Roberto Calderoli è appena tornato a casa a Bergamo da Gemonio. Per il ministro, Umberto Bossi era uno di famiglia, prima che un leader politico. È stato al suo fianco dalla fine degli anni Ottanta, condividendo tutte le scelte politiche e spesso agendo da punta avanzata con uscite provocatorie o sopra le righe.
Come ha conosciuto il Senatur?
«A casa di mia sorella Lella che aveva sposato Giacomo Bianchi, uno dei primi consiglieri provinciali della Lega a Varese. Ma io ne avevo già sentito parlare da mio zio Innocente e mio fratello Guido, tra i pionieri della Lega lombarda a Bergamo. Di sicuro io avevo in testa tutto tranne che fare politica».
Galeotta la sorella, insomma.
«E pensi che il marito per seguirla a Bergamo si dimise dal Consiglio provinciale e fece subentrare una certa Manuela Marrone (moglie di Bossi, ndr), per il primo e unico incarico istituzionale mai ricoperto».
Cosa la colpì di Bossi?
«Il carisma, una qualità che non si inventa. Non l’ho trovata molte volte in politica. Umberto aveva una personalità straordinaria. Ha lavorato tanto, si è sacrificato, ma se ha realizzato un sogno è per quel carisma che ha risvegliato un popolo».
Qual è la parola d’ordine che la convinse?
«La secessione. Io ci ho creduto davvero. E penso che lo abbia fatto anche lui».
Ma non si è mai vista, per fortuna.
«Guardi, se il Po ha cambiato il Titolo V della Costituzione è perché vedeva ben chiaro cosa c’era all’orizzonte».
Torniamo ai suoi inizi nella Lega e al rapporto con Bossi.
«Le racconto questo: nel 1990 facemmo un exploit incredibile a Bergamo, portando in Consiglio comunale ben 11 eletti. Ma io non andavo d’accordo con il capogruppo perché secondo me non c’entrava nulla con la Lega. Per questo subii una sfuriata di Bossi, ma dopo sei mesi quel capogruppo e altri consiglieri lasciarono la Lega per fondare un altro partito. Avevo ragione io».
Anche a lei Bossi riservava vivaci sfuriate.
«Mamma mia quante lavate di capo, soprattutto quando sono stato segretario della Lega lombarda. Bossi raccoglieva le lamentele anche nei paesini di 500 abitanti e mi telefonava alle 3 di notte per tirarmi le orecchie».
Lei, soprattutto, nei primi due decenni, spesso è stato il leghista di rottura con le sue iniziative sopra le righe. Le faceva in accordo con Bossi?
«Osservavo il suo modo dirompente di comunicare e cercavo di copiarlo. Del resto, siamo sinceri: se non esageravo i mass media non mi avrebbero messo nemmeno negli annunci funebri».
Una lezione, invece?
«A me che sono sempre stato considerato l’uomo dei numeri, spiegò chiaramente come quando prendemmo il 10% (allora record storico) non fu un buon risultato perché non era determinante, mentre quando nel 2001 ottenemmo il 3,9% fummo decisivi per andare al governo con Berlusconi».
Bossi era un dottor Stranamore della politica o aveva ben chiaro l’obiettivo?
«Quanti giudizi sbagliati nei suoi confronti. Umberto sapeva benissimo dove voleva arrivare. Era un perfezionista».
Eppure, ha cambiato strategia più volte.
«Ma il punto d’arrivo è sempre stato lo stesso. Mi viene in mente Machiavelli: il fine giustifica i mezzi».
I risultati, però, sono stati scarsi.
«Mah. Oggi siamo al governo e guidiamo Lombardia, Veneto, Friuli-Venezia Giulia e Provincia di Trento. E stiamo, seppur a fatica, portando a compimento l’Autonomia».
Può bastare?
«No, perché la questione settentrionale resta più che mai aperta. Noi oggi abbiamo il dovere di risolverla. Questa è l’eredità che ci lascia Bossi».
Il Senatur non ha mai indicato un erede, un delfino.
«Ricorderà che quando si parlò del figlio Renzo gli uscì la battuta “più che un delfino, è una trota”. Non ha portato benissimo».
Ha sofferto per le polemiche che hanno investito la famiglia.
«Sì, e ha pagato un prezzo ingiusto perché Umberto non ha mai avuto alcun interesse per i soldi».
Con Salvini c’era una certa distanza.
«Non condivideva le posizioni sovraniste, ma soprattutto lo spostamento a destra. Lui è sempre stato antifascista. Per il resto a lui interessava il territorio, i problemi della gente. Per questo, più di tutto voleva che la Lega rimanesse unita per dare risposte al popolo del Nord. E noi dobbiamo cercare da oggi di realizzare quell’ultimo desiderio».