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 2026  marzo 22 Domenica calendario

Per la Cia Mojtaba Khamenei è vivo

Per ora, esiste solo via messaggio. Prima quello scritto e affidato alla voce dei giornalisti e delle giornaliste dei telegiornali di Stato. Poi quello mandato sul suo canale Telegram. Mojtaba Khamenei, il nuovo ayatollah-fantasma della teocrazia, grida vittoria in nuvolette bianche su sfondo verde, trasformate dai suoi social media manager in post su X per il Nowruz, il capodanno persiano: «In questo momento, grazie alla speciale unità che si è creata tra voi, nostri compatrioti, nonostante tutte le vostre differenze religiose, intellettuali, culturali e politiche, il nemico è stato sconfitto».
L’assenza
Ma la nuova Guida della Repubblica islamica non si è ancora fatta vedere, né sentire. «Il topo supremo se la fa sotto», lo scherniscono i dissidenti in esilio, giocando con quella radice del nome che in persiano diventa «moosh», il topo appunto. La sua assenza alimenta indiscrezioni e teorie del complotto. C’è chi giura che sia morto per le ferite riportate dopo i raid sul compound del padre, l’ayatollah Ali Khamenei, e chi lo immagina in fuga verso Mosca per curarsi di nascosto.
Gira anche voce – inconfermabile – che, dopo il bombardamento che gli ha ucciso padre, madre, moglie e figlio, il successore-fantasma sia stato trasferito all’Ospedale Universitario Sina di Teheran. E che secondo il personale medico avrebbe riportato una frattura alla gamba sinistra e sarebbe stato curato per un’ipossia severa, una carenza d’ossigeno in quanto rimasto sepolto sotto le macerie. Allora, dicono: ventilazione meccanica, coma farmacologico e dopo tre giorni il trasferimento verso un bunker misterioso.
Ieri, però, gli Stati Uniti hanno smentito i necrologi prematuri, citando la Cia secondo cui Mojtaba sarebbe ancora vivo. Le fonti del giornale americano Axios raccontano che i suoi uomini avrebbero tentato di organizzare incontri di persona con lui, falliti per «motivi di sicurezza». Se qualche indizio sul cuore che ancora batte c’è, resta l’incognita su quanto potere eserciti davvero, rintanato chissà dove. «È una situazione a dir poco bizzarra. Non crediamo che gli iraniani si sarebbero presi tutta questa briga per scegliere un uomo morto come Guida Suprema, ma allo stesso tempo non abbiamo prove che stia assumendo il comando», racconta un funzionario americano ad Axios.
La gestione
Nel pieno dei raid israeliani e americani che continuano a falcidiare la leadership della Repubblica islamica – con l’eliminazione di alto profilo di Ali Larijani, reggente de facto in tempo di guerra – l’assenza di Mojtaba potrebbe trarre in inganno, dipingendo un regime con le spalle al muro, prossimo alla frana. Invece, proprio la guerra ribalta il tavolo. E da quando cadono le bombe sembra che il potere degli ayatollah si dipani più in orizzontale che in verticale, come invece succede in tempo di «pace», quando dalla Guida suprema cadono a cascata i diktat su ogni aspetto dello Stato.
Una frammentazione del potere e una gestione più collettiva e resiliente che, per ora, aiuta gli ayatollah nel loro progetto di Resistenza a ogni costo.
Ma resta il nodo cruciale: con tanti caduti della leadership politica chi regge davvero le fila? La paura è che il timone sia finito nelle mani dei pasdaran, i fedelissimi di Mojtaba, le frange più radicali del regime. «Ma è chiaro», dice una fonte diplomatica, «che d’ora in poi il regime starà più attento a non sbandierare ad alta voce i nomi dei capi, vista la fine che fanno».