Corriere della Sera, 22 marzo 2026
Il doppio gioco di Erdogan
Recep Tayyip Erdogan invoca la distruzione di Israele per opera di Dio e, nelle stesse ore, condanna i raid dello Stato ebraico in Siria come «pericolosa escalation» ma, come aveva dichiarato il 14 marzo il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan, il suo obiettivo primario resta quello di rimanere fuori dalla guerra in Medio Oriente.
Ankara prova a occupare uno spazio intermedio: quello di potenza regionale autonoma, formalmente dentro la Nato ma capace di parlare al mondo musulmano. La retorica durissima contro Israele rafforza questa ambizione e mobilita la base interna sensibile alla causa palestinese. Ma sul piano operativo la linea resta prudente: nessun coinvolgimento diretto, continui richiami alla diplomazia, tentativi di mediazione.
Il motivo è anche interno. Entrare in guerra esporrebbe Erdogan a costi economici e militari difficilmente sostenibili in un Paese già sotto pressione. La cautela strategica diventa così una scelta di autoconservazione, oltre che di prudenza geopolitica. I vincoli, del resto, sono concreti. La Turchia è esposta direttamente al conflitto, come dimostrano i missili iraniani intercettati nello spazio aereo turco grazie ai sistemi Nato. Questo rafforza un’ambiguità strutturale: Ankara attacca politicamente l’Occidente ma dipende dalla sua protezione militare. Non a caso Teheran ha negato ogni responsabilità negli attacchi sul territorio turco, attribuendoli a Israele nel tentativo di evitare un’escalation diretta con Ankara.
Al centro di tutto c’è però la questione curda. Per la leadership turca, la priorità non è tanto il destino dell’Iran quanto le conseguenze di un suo eventuale indebolimento. Il rischio è che il conflitto apra spazi per le comunità curde iraniane, rafforzando una continuità territoriale con le realtà già presenti in Iraq e in Siria.
Non è solo una minaccia. Per Ankara, il dossier curdo è anche un terreno di competizione geopolitica: il timore è che Israele sfrutti le divisioni etniche del Paese. Nel novembre 2024, il ministro degli Esteri israeliano Gideon Saar aveva descritto il popolo curdo come vittima dell’oppressione turca e iraniana e come «alleato naturale» di Israele. Da qui il tentativo di Erdogan di affiancare alla repressione anche aperture tattiche, per neutralizzare il fattore curdo. Non a caso, il presidente turco ha gestito il dossier curdo con un doppio binario sempre più sbilanciato: operazioni militari oltre confine, repressione politica interna e aperture mirate.
A questi vincoli si aggiunge la dimensione economica: le tensioni nello Stretto di Hormuz e gli attacchi alle infrastrutture energetiche stanno già incidendo sui flussi commerciali e sui prezzi, con effetti diretti su un’economia fragile. In un Paese segnato da inflazione elevata, ogni shock energetico rischia di tradursi in pressione sociale.
La politica estera si intreccia così con una fase interna segnata da compressione dello spazio politico. Con l’ex sindaco di Istanbul Ekrem Imamoglu in carcere da oltre un anno, la Turchia si avvicina a una possibile sfida elettorale in cui il principale avversario di Erdogan resta, di fatto, un candidato detenuto. In questo quadro, la crisi diventa anche uno strumento di governo: il conflitto esterno rafforza il potere interno, ridefinendo i confini del consenso. Con elezioni previste nel 2028 – ma con l’ipotesi di un anticipo già nel 2027 – Erdogan gioca anche sul calendario: svuotare il campo oggi per arrivare al voto senza veri rivali.
In questo equilibrio, Erdogan usa la retorica anti-israeliana per rafforzare la sua proiezione politica, ma la cautela strategica serve a proteggere interessi vitali. L’accentramento decisionale, però, riduce i contrappesi e aumenta l’imprevedibilità. In una crisi che può cambiare rapidamente scala, anche una strategia fondata sull’ambiguità può sfuggire di mano.
Per ora Ankara resta fuori dalla guerra, ma non fuori dal gioco. È un equilibrio che regge finché regge Erdogan.