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 2026  marzo 21 Sabato calendario

Danimarca: «Sì ai campi di grano, basta jernmarker»

In Danimarca, uno dei paesi più avanzati nella transizione energetica, la diffusione dei grandi impianti solari sta diventando un tema sempre più divisivo, soprattutto nelle aree rurali. Negli ultimi anni il fotovoltaico è cresciuto rapidamente: la quota del solare nella produzione elettrica danese è passata dal 4% del 2021 al 13% del 2025. Ma proprio questa accelerazione ha aperto un fronte di scontro in diversi territori, dove una parte della popolazione contesta l’installazione dei pannelli su terreni agricoli. Ne parlano diverse testate europee oggi, tra cui il britannico Guardian.
La critica si concentra soprattutto sull’impatto paesaggistico. In alcune zone del paese, piccoli centri e case isolate si sono ritrovati circondati da vaste distese di pannelli, diventate il simbolo di una transizione percepita come imposta dall’alto. Gli oppositori parlano di campi agricoli trasformati in aree industriali, con effetti sul valore delle proprietà e sull’identità del paesaggio rurale. Il tema è entrato con forza anche nel dibattito politico nazionale. La leader dei Denmark Democrats, Inger Støjberg, ha sintetizzato questa linea con uno slogan diventato centrale nella campagna: «Sì ai campi di grano, no ai campi di ferro». Il termine jernmarker (“campi di ferro”) è stato persino scelto come parola danese dell’anno, a conferma della centralità raggiunta dalla polemica.
La protesta ha già avuto effetti concreti. Alcuni comuni hanno fermato o ridimensionato progetti energetici che includevano grandi impianti solari. A Køge, a gennaio, è stato cancellato un parco per le rinnovabili a Vallø. A Viborg il consiglio comunale ha bloccato un impianto previsto a Iglsø e ha approvato solo le componenti eolica e biogas di un altro progetto. Anche a Samsø, isola nota per essere stata tra le prime al mondo alimentate interamente da fonti rinnovabili, un piano per un parco solare è stato respinto. Nel comune di Ringkøbing-Skjern, considerato il cuore del solare danese, il sostegno a nuovi impianti si è ridotto. Qui il tema viene letto anche come uno scontro tra città e campagna: da una parte gli obiettivi nazionali della transizione verde, dall’altra comunità locali che ritengono di doverne sopportare i costi più visibili.
Il punto centrale è che in Danimarca la contestazione non riguarda in generale le energie rinnovabili. Il paese continua a produrre circa il 90% dell’elettricità da fonti rinnovabili e resta tra i più ambiziosi in Europa sul fronte climatico. Il nodo riguarda soprattutto dove collocare gli impianti e quanto spazio assegnare al solare a terra. Secondo l’associazione danese del solare, i pannelli occupano una quota molto limitata dei terreni agricoli, pari a circa lo 0,2%, mentre circa un terzo della capacità installata si trova sui tetti. Ma questo dato non ha fermato le proteste locali, alimentate anche dalle immagini di case circondate dagli impianti, diventate molto circolate nel dibattito pubblico. Il caso danese mostra così una nuova fase della transizione energetica europea: non più soltanto il confronto tra favorevoli e contrari alle rinnovabili, ma una discussione sempre più concreta su localizzazione, consenso sociale e impatto sul territorio.