La Stampa, 21 marzo 2026
Intervista a Rosario Lo Bello
«Se lo ricorda il 1° maggio del 1988? Il Napoli di Maradona contro il Milan degli olandesi che si giocano lo scudetto». La chiacchierata con Rosario Lo Bello comincia così: il ricordo della sua migliore direzione. Per la cronaca, vince il Milan tra gli applausi dei tifosi avversari. Lo Bello, 80 anni compiuti in novembre, è stato uno degli ultimi grandi arbitri dell’era analogica, quelli che si affidavano agli occhi, al guardalinee e tante volte all’istinto, senza gli aiutini dell’elettronica. Nel caso di Lo Bello pesava anche il confronto con la figura paterna, quel Concetto simbolo del calcio anni 60 e 70. «Per molto tempo sono stato Lo Bello jr», racconta Rosario.
Passiamo alla sua partita più brutta: due anni dopo si giocò un Verona-Milan fatale per i rossoneri.
«Perché la definisce “brutta?».
L’allenatore Sacchi espulso assieme a tre giocatori. L’impressione è che lei avesse perso il controllo di un incontro che assegnava lo scudetto.
«Ah sì? E lei che avrebbe fatto a un giocatore come Van Basten che si toglie la maglia e la getta a terra per un fallo a centrocampo? E a Rijkaard che mi dà della gran testa di... e mi sputa? E a Costacurta che dice al guardalinee “siete tutti disonesti”? Non potevo fare finta di nulla».
Le piace il calcio attuale?
«Io sono un romantico, amavo gli anni in cui come ti giravi vedevi dei fuoriclasse legati a una maglia».
Si diceva che la Serie A fosse il campionato più bello del mondo.
«Lo era: oggi un primo segno di involuzione è la mancanza di talenti italiani. Oggi fatichiamo a qualificarci per i Mondiali».
Le differenze rispetto al presente?
«Cominciamo dal “lei”, che era quasi obbligatorio. Per carità, si può scherzare, ogni tanto qualche battuta o un sorriso ci starebbero. Il calcio e lo sport in genere vanno presi sul serio, ma sono anche un divertimento, un modo di vivere in modo meno stressante. Giorni fa si è parlato di simulatori. Ecco, Roberto Baggio una volta è caduto dopo un contrasto in area, ma si è rialzato subito e rivolto a me ha fatto segno di no. Non era rigore. L’ho aspettato, gli ho dato la mano e l’ho aiutato ad alzarsi».
Prendiamo il più grande di sempre, Diego Maradona. Che rapporto aveva con lei e i direttori di gara in generale?
«Era perfetto anche nel comportamento: chiedeva spiegazioni, sempre nel rispetto delle distanze e dei ruoli. Se una risposta non lo convinceva se ne andava scuotendo la testa e finiva lì. In Napoli-Verona del 1985 ha segnato il più bel gol in assoluto della serie A, con un tiro da centrocampo. Ho a casa il pallone autografato».
Un campione dal carattere difficile era Michel Platini.
«Fuoriclasse pure lui. Aveva quel sorriso sornione con cui prendeva in giro tutti. A volte non ci trovavamo d’accordo, però di fronte a tanta classe applicavo la regola 18».
Spieghi?
«Al corso per arbitri ti insegnano subito che il calcio ha 17 regole, ma a volte bisogna adottare la 18ª, quella del buon senso. Senza infrangere il regolamento e senza togliere o aggiungere nulla, per carità. È una norma che andrebbe trasferita nella vita quotidiana».
Le sarebbe piaciuto qualche volta avere l’aiuto del Var?
«Forse non avrei fatto la stessa carriera. Il 1983 è stato il mio anno d’oro, mi sentivo come il centravanti che la butta sempre dentro. In un Juventus-Verona, su lancio di Tardelli mi perdo la segnalazione del guardalinee e sono costretto ad affidarmi all’intuito: annullo il rigore per fuorigioco, decisione che si rivelerà corretta. Nello stesso anno dirigo la vittoria in rimonta nel derby Torino-Juventus 3-2 e altre partite difficili, così divento arbitro internazionale».
Suo padre fu la prima “giacchetta nera” ad ammettere un errore in uno Juventus-Milan del ’72.
«Se un arbitro riconosce di aver sbagliato, da regolamento la partita è da rifare. Ospite della Domenica sportiva, di fronte a a Carlo Sassi e Bruno Pizzul papà dribblò con abilità il problema: “Vi aspettereste che vi dicessi che il giocatore (fallo in area di Morini su Bigon, ndr) è stato più furbo di me, ma io non avevo la moviola in campo».
Favorevole o contrario alle arbitre?
«Una donna va ammantata di gentilezze e non coperta di insulti come avviene in uno stadio».
Un altro grande che ci ha lasciati troppo presto: Paolo Rossi.
«Ricordo un suo infortunio. Si avvicina e mi indica il muscolo dietro la coscia, la classica contrattura al bicipite: “Guardi, mi sono fatto male, purtroppo devo uscire”. Era quasi una confidenza come si fa a un amico».
Franco Baresi e il braccio sempre alzato a chiedere il fuorigioco?
«Lo faceva lui, non lo possono imitare tutti. Nei suoi confronti vale l’articolo 18».
Come si comportava con chi simula?
«Mi viene in mente Juary dell’Ascoli nel 1984. Giocatore funambolico, diciamo così: si sgambettava da solo. L’istinto quella volta mi ha portato a sbagliare e a concedere un rigore che non c’era. Me lo sono ricordato anni dopo quando giocava nel Porto in Coppa dei Campioni e ritentava il trucchetto. A un certo punto i nostri sguardi si sono incrociati. Dieci minuti dopo ha chiesto di essere sostituito».
Juventus Cagliari 2-2 del 1970, sfida scudetto. Si narra che suo padre apparecchiò il pareggio: un dubbio rigore a favore della Juve, fatto ripetere perché parato da Albertosi, un altro tiro dagli undici metri a favore del Cagliari.
«Questo è il racconto di Pierluigi Cera, difensore del Cagliari. Secondo lui, mio padre sul 2-1 avrebbe “consigliato” a Gigi Riva di lasciarsi cadere in area. Papà era appena stato escluso dalle convocazioni per i Mondiali e non era sereno, ma non avrebbe mai fatto cose del genere».
Che cosa le consigliava suo padre?
«Non abbiamo mai parlato di arbitri e arbitraggi, perché i nostri mondi erano paralleli. Lui aveva scavato un solco che solo a guardarlo mi venivano le vertigini».
Perché scelse lo stesso mestiere?
«Il presidente della sezione arbitri di Siracusa mi accompagnava di nascosto al corso per arbitri. Quando diedi l’esame fu una sorpresa: papà era convinto che stessi studiando ingegneria».
Se non avesse fatto l’arbitro?
«Avrei giocato a pallanuoto. Ero nell’Ortigia, la squadra dell’attuale ct Sandro Campagna. La dirigeva mio padre. Quando si ammalò, me ne occupai io. Le racconto un episodio. Avevo una designazione in mano per il derby Roma-Lazio. Eravamo in ospedale, chiamò a sé mia sorella: “Digli che prenda un aereo e vada ad arbitrare”. Andai».
Il suo ricordo di figlio?
«C’entra ancora Napoli-Milan. In agenzia viaggi l’impiegata mi dice che il biglietto per me l’aveva già acquistato mio padre. Con quell’atto aveva voluto starmi vicino senza disturbare. Da una parte la tenerezza del padre, dall’altro il genitore severo che mi ordina di rispettare la designazione».