La Stampa, 21 marzo 2026
Irene Pivetti parla di Bossi
«La prima volta che vidi Bossi fu nella sede di piazza Massari a Milano, tre stanze e poche persone. Gli avevo mandato una mia analisi sulla Lega, che in quel momento era esplosa come quarto partito nazionale e primo in Lombardia, ma di cui i giornali non sembravano capire le ragioni. Lui mi chiamò, volle sapere del mio background, degli studi alla Cattolica, dei movimenti ecclesiastici. Quindi mi propose una cosa molto concreta: occuparmi dei cattolici nella Lega. “Prendiamo molti voti, ma non abbiamo chi li rappresenti”. Io gli dissi che non ero leghista. E lui: “Non è un problema, è una cosa che si supera"». Irene Pivetti, presidente della Camera tra il 1994 e il 1996, è una delle persone che meglio rappresenta le doti da talent scout del Senatur, e allo stesso tempo una di quelle figure che hanno contribuito a trasformare il Carroccio nella novità più dirompente nel passaggio fra Prima e Seconda Repubblica. Oggi è un’imprenditrice – in attesa dell’esito di un ricorso in Cassazione dopo una condanna per reati fiscali – e anche se non vedeva Bossi da anni, la notizia della sua morte le ha fatto riaffiorare ricordi ed emozioni.
Quanto è stato decisivo quel primo incarico sui cattolici?
«Bisognava spiegare che si poteva essere cattolici e leghisti senza contraddizioni. Non era affatto scontato».
Che resistenze trovò?
«Furono molte. Anche ai vertici della Chiesa. Con il cardinal Martini il rapporto fu teso: grande figura religiosa, ma politicamente distante. Io rivendicai sempre la mia libertà. Al tempo stesso ci furono incontri più sorprendenti, come l’ordinario militare, un uomo del Sud, che comprese subito l’impostazione federalista e mi regalò anche un libro sull’impatto dell’Unità d’Italia sull’ex regno borbonico perfettamente in linea con le nostre analisi».
Che rapporto aveva con Bossi?
«Diretto, rapido. Entrambi vivevamo di politica. Decideva e ti mandava. Durante la campagna del ’94, durante il comizio finale in piazza Duomo, mi disse all’improvviso di andare a Lucca a chiudere. Partii subito».
Come andò?
«Clima difficile, ma parlai per oltre un’ora e la piazza si riempì. Fu una soddisfazione».
Cosa significava essere donna nella Lega “celodurista” di allora?
«La politica è sempre stata un po’ maschilista, anche se mai quanto la finanza. Niente di paragonabile alla situazione di adesso, dove moltissimi nodi si sono sciolti. Io non ho mai fatto questo piagnisteo sulla condizione della donna, lo trovo stucchevole. Certo, in cambio devi indurirti quanto basta, tirare dritto senza distrazioni. Ma la Lega, linguaggio a parte, quanto a maschilismo non era diversa da qualsiasi altro partito».
Lei però, con il suo tailleur, rappresentava uno stile opposto.
«Mah, può darsi. Bossi aveva capito che un politico deve parlare come i suoi elettori. Era una novità straordinaria. I manifesti sembravano quelli delle liquidazioni dei negozi di quartiere: abbattevano l’intellettualismo. Io avevo un altro registro, ma faceva parte dello stesso racconto».
La presidenza della Camera arriva quasi per incastro. Cosa accadde?
«Dopo la vittoria si trattava di distribuire i ruoli. Per me si parlava inizialmente del ministero dell’Istruzione. Poi alla Lega spettava una delle due Camere: Bossi voleva Speroni al Senato, ma Berlusconi si oppose perché non sopportava le sue cravatte alla texana. A quel punto si ripiegò sulla Camera».
Fu la sua “sliding door”...
«Sì. Alla Camera doveva andare Maroni, ma lui preferì il Viminale. E così si aprì lo spazio. Il mio nome emerse quasi come soluzione di equilibrio».
Glielo disse il Senatur?
«Mi chiamò mentre ero in auto. Stavo guidando e risposi con uno di quei telefoni Swatch grossi come un tostapane. Mi disse che probabilmente avrei fatto il presidente della Camera. Gli dissi: un attimo che accosto».
Venne catapultata…
«All’inizio fui molto sola. La Lega era un partito senza struttura, dovetti costruire tutto da zero, garantendo però un funzionamento imparziale in un momento di forte conflitto politico».
Due anni dopo la rottura. Perché?
«Per una divergenza politica. Io pensavo che la Lega dovesse restare un partito nazionale per il federalismo, lui voleva mantenerla identitaria invece lanciò la secessione. Quando si trattò di governare davvero, si è fermato».
Cosa ricorda della sua espulsione nel 1996?
«Fu molto dura, anche nei toni. Era una stagione politica più aspra. Una volta a Lanzo d’Intelvi, al confine con la Svizzera, mi impedirono di salire sul palco e parlai da un balcone con un megafono».
Che bilancio fa oggi?
«Per me fu un dolore personale. Ma soprattutto fu un errore politico: la Lega perse il suo ruolo strategico quando avrebbe potuto guidare la coalizione. Bossi resta una figura decisiva. Ha scoperchiato un problema reale e ha avviato una rivoluzione politica, dando legittimazione popolare a Berlusconi. Poi si è fermato. Ma senza di lui quella stagione non sarebbe esistita».