La Stampa, 21 marzo 2026
Sdoganare il petrolio iraniano l’ultima giravolta di Trump
Teheran ringrazia la Casa Bianca. Ad un Iran economicamente barcollante è stata gettata un’inaspettata ciambella di salvataggio. Non sono state mani amiche, cinesi o russe, a lanciarla, bensì americane. Nella notte Washington ha improvvisamente comunicato, per bocca del segretario al Tesoro Scott Bessent, che sarà consentita (temporaneamente) la vendita del petrolio iraniano attualmente bloccato in mare. La scopo è “liberare” circa 140 milioni di barili già in circolazione per aumentare la disponibilità sui mercati mondiali.
Il contrasto con Israele, che il giorno prima aveva attaccato il maxi-giacimento gasiero di South Pars, non potrebbe essere più stridente. Come scriveva ieri Alessia Melcangi su queste colonne, il procedere della guerra rivela un divergere di strategie fra Gerusalemme e Washington. L’una vuol distruggere quanto più possibile della Repubblica islamica, capacità militari, dirigenza, infrastrutture energetiche e produttive. La seconda, per quanto inafferrabile nelle finalità ultime, segue una logica di vittoria militare senza rischi politici e/o economici. E quindi a mali estremi, estremi rimedi.
Il prezzo del petrolio sale. Qua e là l’oro nero scarseggia. Ancora più caro. Via libera al petrolio russo. Il Brent si ostina sopra i 100 dollari a barile. Mettiamo dunque sull’assetato mercato anche il greggio iraniano. Regime internazionale sanzionatorio imposto da Teheran col beneplacito Onu? Chi era costui? Ben venga anche il petrolio degli ayatollah se tiene la benzina sotto i 5 dollari a gallone in Ohio.
Per Donald Trump il male estremo non sono loro, i mullah che imbarbariscono un’antica, orgogliosa, nazione. Non sono i fantomatici missili balistici intercontinentali in grado di raggiungere l’America – mentre quelli in uso fanno da piattelli per il tiro al volo israeliano. Non sono i circa 500 kg di uranio arricchito al 60%. Non è la devastazione delle economie del Golfo dove era stato accolto trionfalmente, con munifici doni, meno di un anno fa. Non sono certo i patemi energetici degli ingrati europei che non sono scattati sull’attenti alla chiamata alle armi. Il male estremo è il caro benzina nelle stazioni di servizio americane, specie se si trasferisce sul paniere dei consumi dei cittadini e riaccende l’inflazione e blocca la discesa dei tassi d’interesse, come appena detto dallo scomodo Jerome Powell che non si è ancora levato di torno dalla Fed. Questo a sei mesi dalle elezioni di novembre in cui Trump si gioca il resto della presidenza. Ha alzato la posta e ne corre il rischio. A tutto pensava tranne che al rischio di arrivarci con un’economia che perde colpi.
Fin dall’inizio, la guerra all’Iran ha messo Donald Trump in difficoltà. Non tanto sul piano militare, ma su quello economico e politico. Sul primo, malgrado la grande “armada” aero-navale schierata nel Golfo e nella rete circostante di basi, non è una passeggiata venezuelana, è lunga, costosissima ma sostenibile fino a che non ci sono praticamente perde di vite umane. Trump può dichiarare vittoria in qualsiasi momento – difatti lo fa – anche se non riesce a far cadere il regime. Non si abbattono i regimi dal cielo – qualcuno glielo avrà pur detto. Se l’è cavata con un «ci pensi l’opposizione». Senonché non soltanto il regime non è caduto. Ha risposto colpendo gli anelli deboli: le economie dal Golfo, pozzi e raffinerie, il traffico aereo, la navigazione attraverso Hormuz.
Teheran vi si preparava da tempo. Nel Golfo lo sapevano tutti e non volevano la guerra. Lo sapevano a Gerusalemme ma per Netanyahu il costo è inferiore ai benefici della guerra. Lo sapevano alla Cia e al Pentagono; chi ha avuto il coraggio l’ha sommessamente sconsigliata. Per ignoranza o arroganza né Trump né Hegseth né il cerchio ristretto attorno al Presidente gli ha dato retta.
Fatto sta che il Presidente americano si è fatto cogliere in contropiede da uno sviluppo ampiamente previsto: interruzione delle forniture energetiche dal Golfo e impennata del prezzo di petrolio e gas. Né l’una né le altre perturbazioni passeggere. Durano fino a che l’Iran controlla lo Stretto e centellina i passaggi.
Fin dal primo momento Donald Trump ha reagito affannosamente. Dopo la fantasiosa, e subito dimenticata, proposta di assicurazione offerta dal Tesoro Usa ai transiti attraverso Hormuz, il Presidente americano è passato a due approcci. L’uno consiste nel far immettere sul mercato mondiale quantitativi di petrolio teoricamente “sanzionato”, russo e adesso forse anche iraniano. Incurante delle negative conseguenze geopolitiche. Putin ringrazia, incassa soldi freschi per la sua macchina da guerra e decide di non far neanche più finta di negoziare sull’Ucraina.
Il secondo approccio è la forzosa riapertura di Hormuz. La si può realizzare in due modi: scortando e proteggendo il naviglio; prendendo il controllo dello Stretto. Il primo difensivo, il secondo necessariamente offensivo. L’uno non esclude l’altro. I Paesi occidentali, Italia compresa, che hanno promesso un “contributo” aderiscono al primo, in chiave esclusivamente protettiva delle navi commerciali, pur esponendosi al rischio di rappresaglia iraniana. Ma il solo scortare è obiettivamente aleatorio e non a prova di qualsiasi attacco. Trump medita dunque anche il secondo. Torna quindi a parlare di Marines da inviare a terra – non più tardi di ieri li aveva esclusi. Dalla sponda iraniana le guardie rivoluzionarie rispondono di aspettarli a piè fermo. Forse ci ripenserà di nuovo, forse no.
Dopo tre settimane, la guerra all’Iran continua e si allarga. Sta diventando la guerra per Hormuz. È un cordone ombelicale per le economie occidentali e mondiali. Volenti o nolenti, l’Europa e l’Italia vi si trovano coinvolte.