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 2026  marzo 21 Sabato calendario

Ivan Basso parla della sua carriera

Ivan Basso, tutti si chiedono: dove scatterà Pogacar per vincere finalmente la Sanremo?
«Il Poggio non gli basta, la Cipressa non gli è bastata. Diciamo il Turchino? Come Coppi e Chiappucci? Lui, se vuole una cosa se la prende».
Perché gli italiani non vincono più?
«Lo sport procede per cicli che si susseguono, guardate il tennis e portate pazienza. Non so se avremo mai un Sinner in bicicletta, ma già abbiamo il più forte velocista del mondo, Milan, e con Pellizzari saremo protagonisti per dieci anni nelle corse a tappe e in quelle più dure. Poi c’è Tiberi, che è già una realtà. Diciamo che è difficilissimo venire dopo l’epoca di Bettini e Nibali, però il Nibali diciannovenne era forte ma nessuno pensava potesse vincere quattro grandi corse a tappe. Invece di cercare il Pogacar italiano, facciamo crescere i talenti che abbiamo a disposizione».
Cos’è stato Ivan Basso, e chi è adesso?
«Adesso è un dirigente di ciclismo che ha studiato e studia per fare bene. Ricordo quando incontrai per la prima volta Arrigo Sacchi, a casa sua: mi mostrò i suoi taccuini, me li diede perché capissi cos’è un gruppo. Fu un’illuminazione, come quando ascoltai Velasco. Prima, Ivan Basso era stato un buon corridore, un regolarista».
Cosa insegnano davvero i maestri?
«A gestire la crisi, a risollevarsi».
È stata dura, dire addio allo sport?
«Molto. Avevo cominciato a 8 anni e smisi a 38. Dovevo capire che la vita, poi, diventa un’altra cosa e che non sarai più giudicato per come corri e come vinci. Non è automatico riuscirci, si soffre. Ho viaggiato, ho ascoltato, ho cercato di imparare meglio che potevo».
La vittoria ad ogni costo: questo bruciò molti di voi, all’epoca del doping.
«Vincere era un’ossessione, io ho conosciuto luci e ombre, ho sbagliato e ho pagato duramente, ma questo mi ha salvato. Mi ha salvato anche la vergogna di essere passato da campione a squalificato. Ho lavorato tanto su di me, è stata una specie di riprogrammazione educativa: da quel dolore sono diventato quello che sono. Nonostante tutto, mi ritengo molto fortunato».
Come si fa, a salvarsi la vita?
«A me è successo una seconda volta, quando caddi in una tappa al Tour e dagli esami scoprirono per caso che avevo un tumore: l’ho battuto al fotofinish, la bici mi ha salvato la pelle. Fare sport è una forma automatica di prevenzione, perché ti accorgi subito se il corpo comincia a funzionare male. Lo ripeto sempre, negli incontri che faccio per portare testimonianza. Ogni nostra esperienza può servire a qualcuno».
Cos’è il passato di un campione?
«Una storia, ma può diventare un peso. Il passato è come un classico, una bella canzone, un film che non passa di moda, un libro importante: va elaborato e mai dimenticato. La nostra squadra, la Polti-VisitMalta, oggi corre la Sanremo con una maglia ispirata a quella storica degli anni Novanta, quando nel gruppo c’era questa inconfondibile macchia gialloverde. Gianni Bugno vinse il Fiandre con addosso quella maglia. Io ero soltanto un Under23 che sognava di diventare professionista. L’idea di Francesca Polti è più di una citazione: il meglio del passato non passa».
Nel 2006 lei vinse una memorabile tappa all’Aprica, e poi il Giro d’Italia, mostrando al traguardo la foto di suo figlio Santiago appena nato: oggi, Santiago corre in bici da professionista.
«Però, lontano da me. A 19 anni, gli atleti si allenano dalle spalle in su: non contano i watt per chilo, ma per neurone. In caso contrario, la famosa ossessione per la vittoria può costare cara a intere generazioni di ragazzi. Vorrei essere solo il papà di Santiago, e che Santiago non fosse solo il figlio di Basso: mi rendo conto che non è facile».
Lei non ha mai vinto la Sanremo: è un rimpianto?
«Se tornassi indietro, finalizzerei diversamente la preparazione. Però, alla mia epoca questa grande classica era quasi soltanto per velocisti, poi i campioni hanno deciso di volerla vincere con le fughe da lontano: una specie di rivoluzione culturale del ciclismo. Ora aspettiamo un nuovo spettacolo, con Pogacar ovviamente favorito numero uno e Van der Poel uno bis. Attenzione al vento contrario nel finale: può pesare tanto».