la Repubblica, 21 marzo 2026
Intervista ad Achille Lauro
Si apre la porta dell’ascensore, compare Lauro. Scende dalla suite del grand hotel fresco di doccia, capelli umidi maglia bianca, accenna l’eco di un baciamano e il mistero si rinnova. Come è stato possibile. Come può un essere umano trasformarsi da reietto di borgata in un principe. Con quei modi, quei congiuntivi, i gesti di chi ha lasciato in stanza la corona e il mantello. Qual è il segreto della mutazione antropologica: un adolescente cresciuto in bilico sul precipizio di droghe morte galera, che diventa Mastroianni. Tatuato in volto, però: Mastroianni col fascino della dannazione scritto a china attorno agli occhi blu bistrati di malva. Gli occhi di sua madre. Infatti, le madri. Ogni madre vorrebbe un figlio così, scampato al pericolo. Ricevere non la telefonata della polizia, quella che tutte temiamo ogni notte, ma l’invito a Palazzo, all’Arena di Verona, a Sanremo: lo spettacolo della resurrezione. È il figlio di ogni madre, il vivente con cui ragazze e ragazzi vorrebbero non dico fidanzarsi: sposarsi. Il grande che i bambini vorrebbero diventare. Lauro sorride e dice che per i progetti di famiglia c’è tempo. Legami, figli: più avanti. Ora deve finire un lavoro. Ce l’ha chiarissimo, l’obiettivo. Avanza in postura verticale con passo fermo e felpato. Non sbaglia un bivio, una curva. Al concerto, la stessa sera, migliaia di persone in lacrime di gioia. Al dopo concerto insieme agli amici più cari arrivano il padre e la madre, qui riuniti alla festa per lui: nonostante tutto, dopo tutto. A 35 anni il secondo decennio di mutamento è finito. Si apre il terzo, può arrivare ovunque.
Da capo, in sintesi per chi non fosse esperto della sua biografia, possiamo riassumere i primi due decenni?
“Sono cresciuto con mio fratello di cinque anni maggiore di me, Federico. Io ne avevo 13, lui 18 quando siamo andati a vivere da soli in una casa a Val Melaina, periferia di Roma. A scuola ci sono andato pochissimo, ne ho cambiate tante e non l’ho finita. Peccato, perché ora mi piacerebbe aver studiato, per esempio, l’inglese. Devo recuperare. Mio fratello suonava sempre, stava in un collettivo, Quarto blocco, abbastanza famoso nella scena underground. Immagino che sia stato un fastidio, avere sempre un ragazzino fra i piedi, ma mi ha aiutato tantissimo. È stato una grande ispirazione. Un esempio. Volevo essere come lui. Ora lavora con me. È ingegnere del suono. La vita fa dei giri allucinanti, no?”.
Dei giri, sì. Perché eravate soli nella casa?
“Non c’era una bella aria in famiglia, ma non mi piace parlarne. Mia madre ha fatto mille lavori per mantenerci. Intanto accoglieva ragazzi presi dalla strada, venivano a stare da noi: vite difficilissime, ho dei ricordi molto nitidi di me bambino con tutti questi giovani che andavano e venivano, erano come sorelle, fratelli. Mamma ha una forza e una generosità formidabili. Poi le cose sono diventate ancora più difficili e lei ha fatto la scelta più ponderata e intelligente. Anche dolorosa, ma giusta. È tornata a Verona dalla sua famiglia e noi siamo rimasti qui. Si è affidata al destino. Il seme che hai piantato germoglierà, diceva. La vita è giusta da sé. Mamma ha molta fede, e anche io. Difatti sono molto felice di aver creato Fondazione Madre con don Giovanni Carpentieri, il prete di strada con cui lei collaborava allora: mi pare di portare avanti quello che ha iniziato. È una riconnessione col tempo di prima. Come se quel nucleo originario tornasse, ora che abbiamo attraversato tutto”.
Attraversato cosa?
“Tutto. Ho cominciato a scrivere a 10 anni. Scrivevo canzoni stando zitto, non lo dicevo a nessuno. Mia madre veniva a chiamarmi alle 7 di mattina e mi trovava già sveglio, pensava che mi fossi appena alzato e invece non avevo dormito. Ho scritto sempre, ma non le ho mai detto che volevo fare musica. Parlo poco di me: mi imbarazza. L’ha scoperto più di dieci anni dopo. Ha letto un articolo sul Venerdì dove c’era il mio nome. Il mio vero nome è Lauro De Marinis. Ho scelto Achille Lauro perché mi chiedevano sempre: Lauro come Achille? Intanto la ruota ha fatto tutto il giro. Sono stati dieci anni davvero turbolenti, da quando siamo rimasti soli a quando le cose hanno cominciato a funzionare. Non c’era niente di bello attorno a noi, arte cultura, niente. Non potevi nemmeno piangere: se piangi sei frocio, ti dicevano. Il bello lo dovevi trovare da solo, cercarlo da qualche parte dentro di te, nel sedile posteriore della macchina dove ti toccava quella notte dormire. Anni molto pericolosi. Tante delle persone di allora sono finite nei giri brutti, alcune in galera, alcune sono morte. Era un buco nero nel nulla”.
Come ne è uscito?
“Guardavo sempre mio fratello, ho capito da lui come funziona il mondo della musica, il business. L’unico modo era fare da soli. Così ho iniziato a produrre. La prima volta ho pagato io un locale, l’ho affittato, ho ingaggiato per una serata i nomi migliori della scena, i più bravi, e mi sono messo in scaletta”.
Con quali soldi, ha affittato e ingaggiato?
“I soldi passano”.
Passano?
“Beh sì, passavano. Bisognava fare alla svelta. Investire, restituire. Generarne altri. Ho creato subito una società, avevo 22 anni, producevo la mia musica e organizzavo serate. Un giorno mi ha sentito Marracash e mi ha chiamato. Sono salito a Milano. Milano per me, da Val Melaina, era il punto d’arrivo. E invece, a 25 anni, è cominciata un’altra storia”.
Il secondo decennio. Sanremo, quegli abiti, il successo, X Factor, le Olimpiadi, ora gli stadi.
“È molto importante non disperdere l’origine, ricordare chi siamo. Conservare il fuoco. Avere chiara la meta. Il successo non è solo talento: è insistenza, ostinazione e metodo. È lavoro, ossessione”.
Non ha mai paura di perdere la rotta?
“No, lavoro solo su quello che amo. La mia rotta è la musica e la musica non mi lascia, perché scrivere è fotografare il momento e ogni momento è nuovo. Io sono dieci persone diverse nello stesso giorno, resto a parlare con tutte. E poi: ho la mania del controllo. Deve essere sempre tutto fatto bene. È un lavoro che non lascia tempo”.
Nemmeno alla vita privata? Amore, figli?
“Certo che per l’amore c’è sempre posto, ma cosa diversa è creare una famiglia. Vivere insieme non deve diventare sedersi a tavola e non dirsi niente, trattarsi di merda, urlare, mentire, tradire, piangere di nascosto. Per decidere di costruire qualcosa di duraturo devi essere disposto a farlo, altrimenti non accogli. Sono cresciuto con l’idea di proteggere mia madre, ho sempre cercato di farlo. Essere genitori è molto difficile, una grandissima responsabilità. C’è tempo. Per i legami e per figli c’è tempo. Devo prima mettere a posto me stesso. E poi io ho già una famiglia bellissima, piena di bambini”.
Piena di bambini?
“Le ho detto, no?, che mia madre è veneta. Vengo da una terra e da una stirpe di grandi lavoratori (ride, ndr). Mamma ha cinque sorelle, ho moltissimi cugini. E nipoti, fra cui il figlio di mio fratello. Quando ci riuniamo siamo veramente tanti. Mi piace organizzare momenti dove possiamo stare insieme. Una casa per tutti”.
Dov’è, com’è la sua casa?
“La mia casa è dove sono loro. Il mio posto nel mondo è dove sono i miei nipoti, i figli dei miei amici. Sono felice lì. Quando andiamo a San Martino di Castrozza, il paese dove andava mia nonna, io sto coi bambini e sono felice”.
Cosa intende quando dice “mettere a posto me stesso”? Verso cosa sta andando?
“Sono molto ambizioso. Vorrei essere la cosa più grande mai successa (ride ancora, ndr). Mi piacerebbe vivere nel mondo. Mi piacerebbe lavorare nella moda, creare un mondo estetico. Con Alessandro Michele, un grande amico, abbiamo fatto quel famoso Sanremo. Io vengo dalla strada, che è dove la moda nasce. Ci sto lavorando. Qualcosa ho già disegnato ma uscirò quando sarà il momento. Quando avrò in mano qualcosa di forte. Le cose accadono quando devono”.
Lei dice di vivere nel mondo, il mondo intanto è in guerra. Cresce una generazione piena di paura, incertezza, ansia.
“E senso di impotenza, e individualismo. Anche la mia generazione è stata così, anche io. Persi nei telefoni. Anche io ho lavorato per me, per la mia felicità. Per arrivare dove volevo. Però poi quel che è seminato torna. Non è vero che non possiamo fare niente per gli altri. Forse non per tutti, ma certamente per qualcuno. Me lo ha insegnato l’esempio di mia madre. Sono anni che lavoro alla fondazione, tra i progetti c’è una casa di sostegno a Zagarolo per ragazzi fragili, che escono dal carcere, dalle droghe. Mi sembra la cosa più bella. Di recente una delle ragazze che abbiamo aiutato è stata in vacanza con noi, siamo famiglia. Mi sembra di poter dare qualcosa indietro. Sono uno che ha fatto tanti errori nella vita, tantissimi, e sono stato molto fortunato”.
Come si sente nei panni di un giudice di fronte a giovani artisti?
“Penso sempre a me da ragazzo. Penso che ti schianti dove ti vuoi schiantare, nessuno te lo può impedire, ma è meglio che ti schianti con la tua scelta e non con la mia. Io cerco di pormi così: come qualcuno che ha già fatto quell’esperienza. Ho preso cento porte in faccia e so che diventi quello che sei soprattutto grazie ai no”.
Anche Rosalía è stata eliminata a un talent.
“Appunto. E poi ha spostato l’orizzonte della musica per tutti. Come Bad Bunny, Bruno Mars. Al successo non basta il talento, serve l’ostinazione. La tua migliore canzone è sempre la prossima”.
Come si fa a stare nella musica, nella bellezza, se il mondo fuori è questo?
“È l’unico posto dove stare, la bellezza. Soprattutto quando non c’è fuori la devi trovare dentro. So di cosa parlo. La musica salva la vita e un poco, forse, uno a uno, anche il mondo”.