la Repubblica, 21 marzo 2026
Casini parla di Bossi
Pier Ferdinando Casini, lei Umberto Bossi l’ha conosciuto bene.
«Sì, e ci siamo voluti bene, anche se io per lui ero un carogna di sacrestia. Un ex democristiano che rappresentava l’ala moderata del Polo delle libertà. E del resto lui era sceso in politica per combattere proprio la Dc».
Quale ricordo le viene in mente?
«Quando ero presidente della Camera ci fu la visita di Papa Giovanni Paolo II a Montecitorio. Stabilii a latere un momento di incontro tra il Pontefice e i leader dei partiti. Bossi era quello che mi preoccupava più di tutti».
Perché mai?
«Intanto perché vestiva male, e lui nei giorni precedenti provocatoriamente mi annunciò che si sarebbe presentato vestito di verde, i colori della Padania».
Mantenne la promessa?
«No, no. Venne con un bel completo da cerimonia e un fazzoletto verde fuori dal taschino. Quando lo presentai al Papa Bossi gli disse: “Santità, dobbiamo stare vicini, perché noi qui siamo gli unici stranieri: lei polacco, io padano”. Il Papa sorrise bonario e Bossi fu soddisfatto per avere suonato anche in quella circostanza uno spartito diverso da tutti gli altri».
Come sarà ricordato sui libri di storia?
«Come un barbaro. Una definizione che a lui stava benissimo. Del resto è stato il grande picconatore della Prima Repubblica: il cappio in Parlamento l’hanno esibito i leghisti».
La Lega era secessionista.
«Sì, ma poi ha saputo convertire il secessionismo nel federalismo, il cui prodotto sono gli Zaia, i Fedriga: una classe dirigente vera».
Per anni non ha picconato sui valori della Costituzione?
«Invece io rimarcherei il suo antifascismo. Ci ha sempre tenuto a rimarcarlo».
Mattarella l’ha definito “un sincero democratico”.
«È ciò che pensano quelli che l’hanno conosciuto veramente».
Il suo era un talento squisitamente politico?
«Era di un’astuzia unica. La volta che Berlusconi lo invitò in Sardegna per appianare alcune divergenze nella maggioranza Bossi accettò l’invito, ma per non rendersi complice si presentò in canottiera. Un look che faceva venire l’orticaria al Cavaliere».
Le famose immagini in canottiera.
«Rivendicava così il diritto di poter bestemmiare in chiesa».
Com’erano i rapporti con Berlusconi?
«Pessimi nella prima fase. Poi Berlusconi ebbe l’intuizione di inaugurare un doppio registro per programmare l’attività della coalizione. Prima convocava me, Fini, Gianni Letta, e talvolta Maroni, e in un successivo momento, a Milano di lunedì, si vedeva separatamente con Umberto».
Il centrodestra nel 1994 si divise l’Italia: il Nord alla Lega, il Sud ad Alleanza nazionale. Fu un’intuizione.
«Quando Berlusconi mi volle spiegare il suo progetto gli dissi che secondo me sarebbe stato di difficile realizzazione: “Sei un grande imprenditore, ma di politica capisci pochino”».
E il Cavaliere?
«Mi disse: “Vedi, Casini, dieci anni fa venne qui da me Paolo Mantovani, il presidente della Sampdoria, a cui preannunciai l’intenzione di comprare il Milan e vincere la Coppa dei Campioni. Mantovani mi guardò scettico: “Silvio, sei un grande imprenditore, ma di calcio non capisci niente”».
Perché Bossi fece saltare il primo governo Berlusconi, nel dicembre 1994?
«Perché Silvio voleva comandare a casa sua. Che poi è la stessa ragione per cui ruppe anche Fini».
In tanti non hanno dimenticato le sparate anti meridionali di Bossi.
«Interpretava un certo anti meridionalismo, l’insofferenza verso la burocrazia romana tipica del leghismo lombardo-veneto. Vedevano lo Stato come un nemico».
Non era razzismo?
«No, nel suo animo non lo era. Bossi in privato era capace di grande autoironia».
Ha condotto una vita forsennata.
«Andava a letto alle quattro dopo i comizi, si svegliava all’una. Quando c’erano dei problemi politici il problema era quello di trovarlo la mattina. Non escludo che questi eccessi abbiano giocato un ruolo nella malattia che poi lo ha colpito».