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 2026  marzo 21 Sabato calendario

Intervista ad Alexia

«La nostalgia è il risultato del brutto che vediamo intorno a noi oggi. Il ricordo dei momenti positivi del passato ti fa sentire cullata». Alexia, la nostra star da esportazione Anni 90, si guarda indietro. La nostalgia è un sentimento sdoganato ovunque, la retromania è veicolo potente di emozioni e ricordi. E lei prova a far rivivere quelli dell’era delle grandi discoteche e dei deejay superstar con «The Party – Back to the Dancefloor», concerto che si terrà giovedì a Milano.
La nostalgia per lei?
«I film in bianco e nero che guardavo assieme a mia nonna mentre mamma era al lavoro. Oppure la serie tv sugli 883 che mi riporta indietro a quegli anni».
Alexia e la musica: da dove si parte?
«Mamma con la radio accesa che ascolta Hit Parade sulla Rai: Vanoni, Celentano... Quando scoprii gli Abba e Patti LaBelle pensai: “Wow, non ci sono solo Calimero e Carosello”. All’asilo mi chiudevo in bagno a cantare: le mattonelle creavano un’acustica perfetta. La prima volta che le maestre mi scoprirono mi bloccai, ma loro raccontarono di questa bella voce ai miei che scoprirono la mia passione e mi mandarono da un maestro di canto».
Bimba prodigio?
«Ero la cantante della scuola elementare. Partecipai a un sacco di concorsi canori e dopo la maturità iniziai a girare con orchestre di liscio-dance. Nel 1992 feci i debiti per il furgone, gli strumenti e le attrezzature del mio primo gruppo, i Brother Machine. Poi incontrai un produttore e iniziai a fare la vocalist. La svolta internazionale arrivò con IceMc, gran talento come rapper e ballerino, ma un vero fuori di testa: però ha aperto le porte alla mia carriera solista».
Nel 1995 «Summer is Crazy» è una hit europea...
«Fu il mio secondo singolo: disco di platino in alcuni Paesi in Nord Europa e sigla del Festivalbar...».
«Uh La La La» arriva al primo posto in nove Paesi...
«Incontravo agli eventi colleghi come Kylie Minogue, i Simple Minds, Paul Young e mi tremavano le gambe come fossi una delle loro fan. E invece era perché avevo paura che non mi riconoscessero. Al Festival di Acapulco mi si avvicinarono le Spice Girls chiedendomi, stupite, se cantassi dal vivo mentre ballavo».
Follie?
«A Ibiza in camerino passava di tutto... Era tutto un “Vuoi?”, “No grazie”. A un certo punto passa uno con pitone giallo al collo... “Vuoi?”, “No grazie”».
All’epoca si faceva l’equazione dance uguale droga.
«A me non fregava niente, non mi serviva. Nemmeno la marijuana per rilassarmi. Da ragazza ero terrorizzata: ho perso amici per overdose... Nei backstage ne ho vista tanta ma a volte il mondo della dance è stato strumentalizzato: ricordo i servizi dei tg sulle stragi del sabato sera con Alexia in sottofondo».
Le mancava avere lo stesso successo in Italia?
«Col senno di poi dico che è stato una figata. Potevo fare la mia vita, andare in giro tranquilla... Dopo il primo Festivalbar ricordo che volli andare al mercatino dell’antiquariato a Sarzana... Le persone mi rincorrevano per l’autografo: scappai a casa».
Perché passò all’italiano?
«Era un momento di cambiamento fisiologico della musica: l’Eurodance stava svanendo e c’era quel pop stile “Barbie Girl” in cui non mi riconoscevo. Cantavo “Happy”, mi guardavo allo specchio e dicevo: “Come sei triste”. Stavo morendo, non ero io. Dopo “Ti amo ti amo” il mio produttore mi disse che aveva un pezzo per Sanremo».
Rimasto in archivio?
«Era “www.mipiacitu” che anni dopo fecero i Gazosa. Ancora oggi è convinto che avremmo avuto successo».
Nel 2002 a Sanremo ci andò con «Dimmi come»: basta con la dance, ecco l’Alexia pop soul...
«Ero un’outsider, ma mi sentivo pronta come un’atleta che arriva a una gara importante certa di essere ben allenata».
Com’era nato il brano?
«Me l’aveva portato Max Marcolini, collaboratore di Zucchero che nei tempi vuoti faceva musica con me. “A Zu non piace”. Mi venne l’idea di metterci un campanaccio come quello di “Lady Marmalade”, lui ha trovato il riff e ho buttato giù un testo in inglese dedicato al potere delle donne in stile “Respect” o “Think” di Aretha Franklin. In italiano è rimasto più o meno lo stesso concetto».
Arrivò seconda. Il pubblico in sala rumoreggiò per la delusione. Delusa anche lei?
«Per me fu un successo, arrivare prima sarebbe stato too much... Figuriamoci che quando avevamo iniziato a pensare al Festival credevamo che ci avrebbero preso nelle Nuove Proposte».
L’anno dopo vinse con «Per dire di no». «Striscia» ipotizzò combine...
«Si diceva che ero la vincitrice designata perché l’anno prima mi avevano “fregato” il primo posto. Cercai di stare concentrata sulle esibizioni, ma sentire quegli strascichi polemici una volta tornata a casa rovinò l’atmosfera».
C’era Baudo...
«Ricordi meravigliosi: era tenero, un gigante che mi sorrideva. Mi fece tenerezza vederlo abbattuto per il calo di ascolti di quell’anno».
Com’era da bambina?
«Allegra, magrissima, avevo una passione per il latte coi biscotti Plasmon, le uova al tegamino e la pastasciutta. Amavo Raffaella Carrà. Avevo paura di Gianni Morandi».
Ma come?
«Mamma perdeva il controllo e si metteva a urlare quando lo vedeva in tv. E come conseguenza io piangevo. Quando l’ho conosciuto, ho voluto presentargliela».
Ha urlato?
«No, si è contenuta...
Da bambina ricordo un’epoca felice, mi piaceva il mondo che ci veniva proposto dalla società. Crescendo ho percepito di striscio le Br, la fase buia dell’Italia, la droga mi spaventava molto... Le illusioni dell’adolescenza sono state sporcate dalle cose tristi che accadevano intorno a me».
Il primo bacio?
«Non me lo ricordo... Ricordo il primo che mi è piaciuto molto. Avevo 20 anni. Stavo con la persona con cui sono stata fino ai 35».

La statura è stata un complesso?
«Purtroppo sì. Essere un metro e 50
ti costringe a fare attenzione al peso perché la tv ti ingrassa, e a indossare scarpe alte, che sono scomodissime, per far “leggere” meglio i vestiti. Adesso la statura è un fastidio: al cinema spero di non avere nella fila davanti quello alto, sennò chiamo la maschera e chiedo il seggiolino per i bambini».
Ha sofferto il calo di popolarità degli anni Dieci?
«Zero. A un certo punto ho dato ascolto a me stessa.
Non mi vedevo più al centro del panorama discografico e lo sforzo per rientrare avrebbe comportato snaturarsi. Ho deciso di dedicarmi alla seconda parte della mia vita: mi sono sposata, volevo diventare mamma. Ho avuto due figlie e non mi sentivo così forte da lasciarle a casa, non avrei saputo gestire carriera e famiglia. Volevo staccarmi da Alexia per capire Alessia».

La differenza?
«Alexia è quella che gioca con i costumi e i vestiti e la musica. Alessia è quella che organizza pranzo e cena, quella che sa tutto delle figlie, del cane, ma anche quella che spegne il telefono, si chiude in una spa e ne esce nuova».
Lei ha sposato Andrea Camerana, nipote di Giorgio Armani e membro del cda del gruppo. Perdere la popolarità non deve essere stato facile, essere «la moglie di» ha peggiorato le cose?
«All’inizio sì. Ho affrontato il disorientamento di non essere davanti alle telecamere e di non sapere più chi fossi. Ho fatto tanta analisi e so che Alessia e Alexia possono coesistere. Con Andrea però ci siamo rivisti uno nell’altra: lui in fondo era “il nipote di”, io “la moglie del nipote di...”. Ci siamo aiutati a sostenere questo peso. Anche se ho fatto più fatica a essere “la nuora di”. Mia suocera, indipendentemente dal cognome, è stata una presenza giudicante, anche se so che lo ha fatto a fin di bene».

Re Giorgio?
«La più grande eredità che mi ha lasciato l’ho imparata osservandolo nei momenti più familiari. Era un uomo inarrivabile, la sua grandezza era tale che la esprimeva in ogni ragionamento anche nei momenti più semplici condivisi con la famiglia».