Corriere della Sera, 21 marzo 2026
Pressing di Meloni su Orbán e Zelensky
Almeno due telefonate con Zelensky, nei giorni scorsi. E altrettanti contatti con Orbán, l’ultimo più articolato, di persona, nella notte del Consiglio europeo. Meloni sta provando ad avvicinare le due parti per sbloccare il pacchetto di fondi europei da 90 miliardi di euro che l’Unione ha promesso a Kiev. Un prestito che per ora è congelato per la marcia indietro del premier ungherese, che accusa Kiev di aver bloccato la fornitura di petrolio russo al suo Paese, senza riparare l’oleodotto che collega le due nazioni e che è stato danneggiato in modo serio (almeno secondo le autorità ucraine) durante la guerra.
È una vicenda che ha diversi retroscena, versioni diverse a seconda delle fonti, ma che è rimbalzata due giorni fa nel corso del summit europeo quando il sito online Politico ha riportato le parole della premier italiana, comprensive verso la posizione di Orbán. Parole che sono state subito smentite da Palazzo Chigi, e che alla fine del summit sono state commentate da Meloni in questo modo: «Non ho mai detto che Orbán va capito, o quello che è stato scritto, semplicemente sono intervenuta durante i lavori dicendo che per sbloccare questa situazione ci vuole flessibilità e disponibilità da entrambe le parti».
Una ricostruzione della vicenda più comprensibile è infatti nei dettagli che finora non sono emersi. Primo: secondo fonti della Commissione europea, l’oleodotto non ha danni seri, nulla che «non possa essere riparato in tre giorni», solo che al momento esiste un braccio di ferro, molto personale, fra Zelensky e Orbán. Uno scontro legato a doppio filo con l’appuntamento elettorale in Ungheria, il 12 aprile: se Orbán perdesse le elezioni, è la scommessa di Kiev, il passo indietro ungherese che sta bloccando la Ue cadrebbe in un attimo. Ma è una scommessa che né la Commissione né Meloni vogliono assecondare, e per questo Palazzo Chigi si è mosso con un’azione diplomatica gestita direttamente dalla premier, rimasta finora riservata, e che non ha ancora avuto successo. Risulta infatti al Corriere che – nonostante le pressioni della nostra premier – il presidente ucraino per due volte le ha detto di no, è stato irremovibile. Forse, raccontano fonti di governo italiane, perché comunque grazie al Fondo monetario internazionale la resistenza ucraina ha fondi sufficienti, per il momento, sino alla fine di maggio. La premier non c’è rimasta benissimo, di fronte al muro che le ha opposto Zelensky, e questo dettaglio aiuta a chiarire meglio quanto scritto, e smentito, da Politico. C’era del vero, ma mancava un pezzo della storia. E quando a mezzanotte, giovedì, Meloni ha chiarito che entrambe le parti devono dimostrare disponibilità, forse parlava più a Kiev che alle orecchie di Budapest. Nel corso del Consiglio europeo si è discusso di inserire una clausola che aiutasse lo sforzo diplomatico in corso, ma alla fine si è deciso di soprassedere.
Un’altra vicenda che ha acquisito contorni poco chiari riguarda il viaggio di Meloni martedì prossimo in Algeria. Secondo l’agenzia Bloomberg la missione è diretta anche ad ottenere un prezzo più conveniente del petrolio che importiamo da Algeri. Ma sia l’Eni che Palazzo Chigi ridimensionano l’indiscrezione. Per lo staff di Meloni la visita è stata programmata da tempo ed è in primo luogo politica.
È chiaro che si parlerà anche delle forniture energetiche, ma non è il cuore del bilaterale. Del resto martedì prossimo Claudio Descalzi, ad di Eni, sarà a Houston (Texas) per una conferenza. Se fosse una visita sul filo dell’emergenza avrebbe cambiato la sua agenda.