Corriere della Sera, 21 marzo 2026
Iran, inviati marines e mezzi d’attacco
Spegnete le vostre app. Mentre scocca l’ora delle decisioni irrevocabili, mentre il Commander in Chaos (copyright The Guardian) Donald Trump medita se lanciare o no l’attacco di terra e occupare la strategica isoletta di Kharg che controlla il 95% del petrolio iraniano, mentre i servizi di mezzo mondo si scambiano info criptate e codici militari, ecco che un ingenuo marinaio francese imbarcato sulla portaerei «Charles De Gaulle» rallenta i piani.
Il soldatino faceva sport sul ponte, qualche mattina fa. E a un giornalista è bastato seguirne l’app del jogging scaricata sul cellulare, per geolocalizzare via satellite la navigazione. Dopo l’altra portaerei costretta a rientrare per una faccenda di wc intasati, la «Gerald Ford» rimpiazzata con la «George Bush», è il secondo e inglorioso incidente della Grande Flotta sulla rotta del Golfo. I generali sono furiosi. E l’ordine ora è tassativo: cancella l’app, il nemico ti ascolta.
Prima per cielo, ora per mare, domani (forse) per terra. La lista della spesa per la nuova fase di «Epic Fury» – o «furia cieca», come la definisce The Economist – è bell’e pronta. Per riaprire lo Stretto di Hormuz servono subito altri 2.500 marines, scrive il Wall Street Journal, che il Pentagono sta aggiungendo ai 50 mila già nell’area: li hanno imbarcati con altri 1.500 sulla nave d’assalto Uss Boxer salpata da San Diego, in California, e si stanno congiungendo ai 2 mila della task-force anfibia che veleggia sulla Uss Tripoli, nell’Oceano Indiano. Occorrono anche decine d’elicotteri Apache, di jet A-10 Warthog, di missili Hellfire. E che la Casa Bianca chieda altri 200 miliardi di dollari al Congresso, per finanziare i mesi in arrivo. C’è bisogno perfino degli avvocati del Pentagono, per dare una «cornice di legalità» (così dicono) a un eventuale blocco navale imposto a Kharg, che sta a 24 km dalla costa iraniana: «Possiamo distruggere quell’isola quando vogliamo – dice Trump —. È lì, completamente indifesa».
Ci sono sedici navi che ardono nella notte, al largo degli Emirati e del Qatar: mercantili che s’erano mossi da Bandar Lengeh e che americani e israeliani hanno colpito. Teheran prosegue nella sua tattica del massimo danno: colpisce le raffinerie in Kuwait, mentre Israele s’allarga alla Siria. Perfino la moschea di Al Aqsa a Gerusalemme, il terzo luogo più sacro dell’Islam, viene sfiorata nel venerdì di preghiera. È però la guerra per le isole a prendere una nuova piega, dopo gli ultimi attacchi ai giacimenti di gas di South Pars (iraniano) e Ras Laffan (qatarino). Finora, ci s’era concentrati sui 7 mila obbiettivi militari in territorio iraniano, sulle 40 posamine affondate agli ayatollah, sugli undici sottomarini distrutti.
Ma ora vanno rimessi in navigazione le migliaia di bastimenti bloccati in rada e, con essi, il commercio globale di Hormuz. «Ci vorranno settimane per tornare alla normalità», prevedono i media Usa: «Nonostante gli attacchi, l’Iran ha una vasta scorta di tunnel scavati lungo la costa e sulle isole». È quindi necessario il controllo di altri cinque scogli – Siri, Piccola Tomba, Grande Tomba, Abu Musa e Lavan – che Teheran ha fortificato. Per l’ottava volta in ventun giorni, Trump se la prende con la «codarda» Nato che «non dà una mano» e a complicare le strategie è l’ultimo schiaffo dell’Alleanza: il comandante Grynkewich conferma proprio ora che la missione nel vicino Iraq, varata nel 2018 e utilissima nel controllare gli sciiti amici dell’Iran, sbaracca e se ne torna in Europa (italiani compresi). Il ritiro avviene quando al Pentagono ci s’interroga sugli Houthi dello Yemen, finora immobili, che i pasdaran hanno chiamato ad attivarsi. Possono diventare il fattore più imprevedibile e pericoloso. E bisogna stare pronti: «Sfortunatamente – dice il premier israeliano Netanyahu —, Gesù di questi tempi non ha vantaggi su Gengis Khan. Perché se sei abbastanza forte, spietato e potente, sarà il male a trionfare sul bene». Laddove il bene, Bibi sa dove sta.