Corriere della Sera, 21 marzo 2026
Confalonieri ricorda Bossi
Fedele Confalonieri conobbe Umberto Bossi prima di Silvio Berlusconi, quando il Cavaliere era solo il re del mattone e delle tv private, non aveva ancora vinto nulla con il Milan e non aveva in mente di fondare un partito per entrare in politica.
Anche Bossi nel 1987 era un perfetto sconosciuto, infatti Confalonieri venne a saperne casualmente: «Mio padre abitava a Comerio e un giorno andai a trovarlo a casa. Era giugno, si avvicinavano le elezioni e gli chiesi per chi avrebbe votato. Rispose: “Mi voto el Bossi”. Mi spiegò che questo Bossi era un tizio di Gemonio, un paese vicino al suo. Aveva fondato un movimento, la Lega lombarda, ed era diventato noto per il suo impegno politico nel varesotto. Ma solo lì». Si candidava al Senato e sembrava destinato a far la fine del vaso di coccio tra i vasi di ferro, i partiti della Prima Repubblica. Dalle urne emerse invece la sorpresa. Il «tizio di Gemonio» aveva conquistato il seggio e la Lega lombarda era arrivata al 3% in regione. Lo 0,5% su base nazionale.
Confalonieri è restìo a parlare. Da quando è scomparso l’amico di una vita ha ridotto drasticamente le sue uscite pubbliche: «Ma quali pezzi di storia, i miei sono ricordi di cronaca. La storia è il libro Guerra e Pace di Tolstoj», si schermisce. Facendo finta di dimenticare che quelle pagine sono la somma di tante singole parole. Forse la sua ritrosia a raccontare le cose è il modo per lenire la nostalgia per il passato. E anche per ripetere una volta ancora la bugia che lui è stato solo «un lobbista, perché di politica non ci capisco molto». Sarà, ma dopo quel risultato elettorale ebbe un’intuizione: «Parlai di Bossi a Berlusconi. E pure a Bettino Craxi. Aveva preso un sacco di voti. Sorprendente».
Rimase sorpreso anche di sé stesso, perché leggendo il programma di quel movimento ne rimase folgorato: «Sono un leghista della prima ora perché mi scoprii federalista. E a distanza di anni penso che se l’Italia fosse diventata federale ne avrebbe tratto vantaggio. Si sarebbero uniti il senso di appartenenza a un territorio a un maggiore senso di responsabilità nella gestione della cosa pubblica». Così d’un tratto Fidel torna a fare il Fidel e prende a disegnare la mappa del suo Paese ideale: «Al Nord il Lombardo-Veneto staccato dal Piemonte. Il Sud come una California. E il Centro, invece che al Papa, lo avremmo affidato a Gianni Letta».
Quella piccola palla di neve chiamata Lega negli anni si fece valanga. «Abbiamo fatto fuori i partiti della Prima Repubblica», si sarebbe vantato il capo del Carroccio. E quando nel 1994 Berlusconi decise di scendere in campo, «pur non concordando con la sua scelta ero convinto che dovesse allearsi con Bossi». La vittoria sulla «macchina da guerra» della sinistra, insieme a Gianfranco Fini, consegnò palazzo Chigi al Cavaliere. Giusto qualche mese prima di essere travolto dalla crisi di governo. «Fu Oscar Luigi Scalfaro a mettere zizzania tra Silvio e Umberto». E nel citare il presidente della Repubblica del tempo, Confalonieri smonta la versione ufficiale della storia: Massimo D’Alema e Rocco Buttiglione che convincono Bossi a mollare Berlusconi.
«Sappiamo invece cosa c’era dietro: il disegno del capo dello Stato. In realtà Silvio lo sapeva già allora». Passarono anni prima di averne la certezza, quando il leader di Forza Italia e quello della Lega tornarono a vedersi. «E parlarono del ‘94...», taglia corto Confalonieri. Il resto riemerge dalla memoria dei più autorevoli dirigenti del Carroccio, che nel giorno del lutto ricordano una frase di Bossi: «Tra le varie cose, Scalfaro mi disse anche che i magistrati stavano per arrestare Berlusconi». «Detestavo Scalfaro», sospira Fidel. Che una volta tradusse la parola «complotto» con un concetto: «Coincidenza di strategie».
Fu contento quando «Silvio» si riconciliò con «Umberto». E adesso rende merito a chi realizzò la pacificazione: «Aldo Brancher, che era fidatissimo di Berlusconi, per anni andò regolarmente a trovare Bossi. Cenava con lui, cercando con pazienza di rimettere le cose a posto. Ci riuscì». A quel «tizio di Gemonio», Confalonieri ha voluto bene. Glielo disse in pubblico quando lo incontrò nel maggio del 2024 a palazzo Lombardia: «Ti voglio bene Umberto».
Quel giorno Bossi ricevette il premio Rosa Camuna, onorificenza della regione Lombardia. E nonostante i familiari avessero chiesto una cerimonia veloce per non affaticarlo, il festeggiato volle fermarsi per parlare con quel «leghista della prima ora». Insieme ricordarono molti eventi e soprattutto una delle tante volte in cui l’ex premier e il Senatur fecero pace dopo aver litigato: accadde al cimitero di Comerio nel giorno in cui si celebravano i funerali di Ernani Confalonieri. Che sedici anni prima aveva detto al figlio: «Mi voto el Bossi». Sipario.