Corriere della Sera, 21 marzo 2026
D’Alema parla di Bossi
Massimo D’Alema, si ricorda la prima volta che incontrò Umberto Bossi?
«La prima che mi viene in mente fu al corteo della Festa della Liberazione del 1994, quello sotto la pioggia, a Milano, subito dopo la vittoria di Silvio Berlusconi, di cui Bossi era alleato. Ricordo che un pezzo del corteo l’aveva contestato. Io lo incrociai a margine della manifestazione. E gli feci i complimenti per la scelta coraggiosa di presentarsi in piazza a celebrare il 25 aprile».
E lui?
«Mi disse due cose. La prima, parole sue, fu che “noi della Lega siamo antifascisti”. La seconda è che non aveva sottoscritto alcun accordo politico o elettorale col Movimento sociale italiano, che attraverso la lista di Alleanza nazionale era alleato con Forza Italia nella parte centro-meridionale del Paese. Quello era stato uno schema artificioso di Berlusconi: con Bossi al Nord, con Fini al Sud. Ma Umberto non si sentiva in alcun modo legato dal vincolo di un accordo con la destra. E infatti fece pesare quest’argomento quando tolse la fiducia al governo».
Fu lei, insieme a Rocco Buttiglione, a lavorare ai fianchi di Bossi perché facesse il ribaltone.
«Non chiamerei ribaltone quella che fu a tutti gli effetti una crisi politica. A seguito della sconfitta alle elezioni del 1994, ero diventato segretario del Pds sulla base di una linea molto chiara: la sinistra doveva archiviare l’esperienza dei Progressisti e aprirsi all’alleanza con i cattolici. E così, in estate, iniziai a incontrare a Gallipoli Rocco Buttiglione, che era il segretario del Partito popolare italiano nato sulle ceneri della Dc. L’accordo era presentarsi insieme alle prime amministrative utili, una mini tornata di elezioni in cui si votava per eleggere il sindaco di Brescia e il presidente della provincia di Foggia. Cosa che poi avremmo fatto con successo, candidando a Brescia Mino Martinazzoli e un indipendente di sinistra a Foggia».
E Bossi?
«Nella coalizione di governo col Cavaliere Bossi era insofferente. E Buttiglione aveva preso a parlarci, coinvolgendo nel dialogo anche me. A questo va aggiunto un elemento essenziale della storia: ero stato invitato al congresso della Lega e dal palco di quel congresso ero anche intervenuto, due cose tutt’altro che scontate».
Com’erano gli incontri a casa Bossi?
«Viveva in questo appartamento spartano che trasudava la vitalità vorace e per certi aspetti esasperata, almeno agli occhi miei e di Buttiglione, dell’inquilino».
In che senso?
«Oltre a un istinto politico incredibile, che l’aveva portato a leggere in anticipo la rottura tra un pezzo di ceto produttivo del Nord e il governo centrale, Bossi era incontenibile, fuori da qualsiasi schema. Faceva e riceveva telefonate di continuo, alcune delle quali avevano per oggetto delle attività anche politiche notturne collocate in agenda in orari in cui verosimilmente sia io che Buttiglione saremmo già stati a letto da un pezzo. Riceveva in canottiera, aveva il frigo pieno di birre in lattina e in dispensa giusto del pane in cassetta e delle sardine in scatola. Lo scoprimmo una sera che Buttiglione, visto che si era fatto tardi ed eravamo a digiuno, esclamò con una certa enfasi “qua però bisogna mangiare qualcosa!”. Umberto non si scompose: svuotò il frigo dalle birre in lattina e si presentò con sardine e pancarrè. Buttiglione le mangiò pure».
Lei no?
«È passato tanto tempo ma posso affermare con certezza che mi limitai giusto a qualche sorso di birra».
Ribaltone o meno, lavorando ai fianchi di Bossi il governo Berlusconi lo faceste cadere.
«Ad accelerare era Umberto. Non certo io, che semmai lo frenavo».
Perché?
«Io avrei preferito che il governo Berlusconi restasse in piedi almeno fino alle elezioni regionali del 1995, a cui il centrosinistra si presentava da favorito. Se l’operazione fosse stata successiva a un voto popolare, si sarebbe tolta quella sorta di impronta “di palazzo” che poi l’ha consegnata alla storia, per l’appunto, con l’etichetta di ribaltone».
Scusi ma perché Bossi aveva fretta di uscire dalla maggioranza berlusconiana del 1994?
«Me lo spiegò con parole sue, in maniera illuminante. Mi disse “caro D’Alema, per te è facile dirmi di temporeggiare: tu hai i tuoi ragazzi chiusi nelle caserme e al tuo segnale vengono fuori. Noi invece non abbiamo caserme perché siamo come una tribù: se non mi sbrigo, Berlusconi i miei ragazzi me li sfila uno dopo l’altro e rimango da solo”».
D’Alema, il rapporto con Bossi le ha lasciato in eredità anche la frase sulla Lega «costola del movimento operaio». Pentito di averla pronunciata?
«Ma non c’entrava il rapporto con Bossi. Era uscita una ricerca secondo cui molti iscritti alla Fiom nella provincia di Brescia votavano per la Lega. La mia era una constatazione».
Passata alla storia con la formula della «Lega costola della sinistra».
«Frase che però io non ho mai pronunciato».
Ma neanche mai smentito.
«Non si offenderà se le dico che quando i giornalisti mi attribuiscono una cosa particolarmente vera sarei quasi tentato di fare una dichiarazione che la conferma. Il resto delle volte do tutto per smentito, compresa quella frase».
Al di là dell’istinto politico, Bossi le stava simpatico?
«Tantissimo. Un giorno gli dissi “vedi, Umberto, non devi prendertela se noi meridionali siamo più svegli di voi. Anche perché è una questione di dieta: noi usiamo l’olio d’oliva, voi quei grassi animali che vi ottundono il cervello”. Lui fu istintivo. Vide passare Bertinotti e gli fece: “Oe’, Fausto, c’è questo terùn che dice che siamo dei pirla”. E io, a entrambi: “Però nostro Signore vi ha compensato, consegnandovi una certa attitudine alla laboriosità che noi non abbiamo”. Mi è dispiaciuto tantissimo che Umberto sia morto. Quanto alla politica, delle cose che ci hanno diviso non gli perdono l’aver cavalcato una posizione becera contro i migranti. Ma ne conservo un bel ricordo personale».