Corriere della Sera, 21 marzo 2026
I toni feroci della campagna per il referendum
Ascolta bene, elettore, tu che magari stai per votare No: se lo fai vuol dire che vuoi stupratori in libertà, pedofili che scorrazzano e spacciatori sotto casa, e allora hai ragione, scegli il No, perché è così che finirà. Ma vale anche il contrario, per te sciagurato che vorresti fare una croce sul Sì, devi sapere che lo sostengono quelli che, anche solo per inquisire uno stupratore, un pedofilo o uno spacciatore, vogliono che si chieda prima il permesso proprio ai criminali. Eh dai! Ma è mai possibile che gli schieramenti in campo si siano rivolti, l’un l’altro, accuse così violente e strampalate? E pure è così, perché il livello di questa feroce campagna referendaria non ha risparmiato niente e nessuno, alla ricerca di qualche consenso in più ci si è pure reciprocamente rimproverati di voler mangiare i bambini. La destra è salita sul carro della dolorosa vicenda della famiglia nel bosco: volete che i figli siano strappati alle madri? I ragazzi non sono dello Stato, dell’ideologia o dei magistrati, sono dei papà e delle mamme! La replica a sinistra non è stata da meno: ma come, sono stati proprio quelli al governo, con il decreto Caivano, a dire che ai genitori che non mandano i bambini a scuola bisogna togliere la patria potestà, e magari mandarli pure in galera! Botte da orbi, senza pudore, agitando fantasmi e paure, intervallando pure ipocritamente il confronto, sempre da una parte e dall’altra, con l’invito a ragionare e a decidere sul merito, con lucida serenità.
Il procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, ha pensato che nella patria del diritto non fosse il caso di andare troppo per il sottile e ha argomentato così: «Per il No votano le persone perbene, imputati, mafiosi e massoni scelgono il Sì». Non è stato da meno il ministro della Giustizia Carlo Nordio, punta di diamante del Sì: «Il sistema delle correnti che anima il Consiglio superiore della magistratura è paramafioso». Toni a dir poco sopra le righe, che hanno spinto il capo dello Stato, Sergio Mattarella, che è anche presidente del Csm, a intervenire, per ribadire «il rispetto che occorre nutrire e manifestare, particolarmente da parte delle altre istituzioni, nei confronti di questa istituzione». Il richiamo ha fatto fischiare le orecchie a tutti, ed è stato formalmente accolto, ma è innegabile che la rissa abbia poi di nuovo prevalso.
Tre pericolosi nemici del popolo, Augusto Barbera, Giulio Prosperetti e Nicolò Zanon, giuristi e anche ex giudici della Corte costituzionale, si sono permessi di dire che sono favorevoli alla riforma. In una chat di costituzionalisti schierati per il No sono stati di fatto accusati di essersi fatti arruolare dal governo. Dall’altro lato i magistrati dell’Anm hanno fatto affiggere sui muri un manifesto, di quelli grandi 6 metri per 3 con scritto: «Vorresti giudici che dipendono dalla politica? Giusto dire No». Masnadieri anche loro, tanto che il Guardasigilli voleva chiamare in causa l’Agcom, per controllare le «possibili violazioni dell’equità e della correttezza informativa», perché si metta la parola fine alla «disinformazione e ai contenuti fake». Ma qui ancora si giocava di fioretto, perché poi a prevalere sono sempre le sciabole. «Chi vota No sta dalla parte delle manifestazioni violente». «Chi sceglie il Sì tiene il sacco aperto ai neofascisti». «Chi è contrario alla riforma vuole controllare la magistratura, ed è disposto a difendere lo status quo con le unghie e con i denti». «Chi vuole cambiare la Costituzione punta al colpo di mano per conquistare il potere assoluto». Scivoloni, pure. I campioni del curling, medaglia di bronzo alle Olimpiadi invernali, iscritti senza permesso dal Pd al fronte del No e costretti a chiedere di non essere tirati in ballo. Un deputato di Fratelli d’Italia che invita ad usare il sistema clientelare, per spingere a votare Sì anche chi non è convinto. Il capo di gabinetto del ministro della Giustizia, Giusi Bartolozzi, che spinge perché si approvi la riforma, perché così si può togliere di mezzo la magistratura, con quei giudici che sono un «plotone d’esecuzione». Lo storico Alessandro Barbero fa un video per dire che se passa il Sì «inquirenti e giudici prenderanno ordini dal governo». Per il leader della Cgil è in gioco «la democrazia e la Costituzione». Nordio chiede la lista dei finanziatori della campagna per il No. E poi, con brutalità, si cerca di schierare con una parte o con l’altra due vittime della mafia come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Meloni accusata di voler diventare come Trump o come Mussolini, le opposizioni sul banco degli imputati perché vogliono usare la magistratura per vincere nei tribunali la partita che li vede sconfitti nelle urne. E ancora gli insulti reciproci: traditori, lestofanti, falsi, bugiardi, demagoghi, imbonitori, prezzolati, servili, prepotenti, arroganti, mistificatori.
Per fortuna la campagna referendaria è finita, domani e lunedì si vota, e i primi conti bisognerà farli con l’astensione. A dare retta ai toni di queste settimane, davanti ai seggi dovrebbe esserci la guerra civile. Così non sarà, ovviamente, e la serenità con la quale le persone andranno a votare per il Sì o per il No dovrebbe servire di lezione.