Avvenire, 20 marzo 2026
L’Africa alla conquista dello spazio
È l’era della nuova economia spaziale anche per l’Africa, della sinergia fra attori pubblico-privati, di un decollo dirompente dell’industria spaziale, cresciuta di oltre il 60% in meno di un anno e vieppiù integrata nelle catene di fornitura globali, foriere di oltre quattro quinti di proventi balzati a 64 miliardi e passa di dollari. Ventuno paesi hanno creato Agenzie o uffici spaziali nazionali e 23 stanno sviluppando non meno di 125 satelliti, e per l’osservazione della terra e per le comunicazioni. Parliamo di un comparto che ha smosso nel 2024 24,95 miliardi di dollari, la più parte dei quali allocati da governi galvanizzanti lanci satellitari triplicati dal 2018 e portanti a 68 le piattaforme sensoriali meta-atmosferiche. Con un piccolo bemolle: favorita dalla disattenzione delle amministrazioni americane, l’impennata si è tradotta in un’ascesa cinese sul mercato continentale, trainata dall’estensione alla quarta dimensione dei megaprogetti di nuove vie della seta, le cui direttrici guardano ambiziose al sud del mondo. Nell’ultimo ventennio, i conglomerati spaziali cinesi hanno fatturato in dollari più del triplo dei concorrenti statunitensi: 871,5 milioni in contratti africani, con forniture chiavi in mano all’Algeria, all’Egitto, alla Nigeria e molti altri, accogliendo nelle proprie manifatture squadre di scienziati e ingegneri africani, cooptati nei tirocini applicativi, dalla fase architetturale ai test, passando per la produzione. Quelle squadre sono parte degli 80mila studenti post-laurea africani accolti ogni anno nell’Impero di mezzo, in un do ut des reciprocamente vantaggioso, guardato con sospetto da analisti d’intelligence statunitensi e dal Pentagono. Pur affinando saperi dei quadri continentali e trasferendo tecnologie, il sistema cinese sarebbe come un giano bifronte, con una base di 23 partenariati bilaterali, un’impronta utilitaristica di finanziamenti, per sensori orbitali, segmenti terrestri e addestramento all’uso, ma anche, per l’agenzia di stampa Reuters, accordi di condivisione di immagini e dati, piegabili a finalità strategiche come le antenne di veglia e la permanenza in loco di tecnici cinesi. Ricevendo a Pechino gli statisti africani, il presidente Xi Jinping ha promesso l’anno scorso che lo spazio avrebbe assorbito la più parte dei 50 miliardi di dollari in prestiti e investimenti allocati per il continente fino al 2028. Per fugare timori crescenti, il direttore del dipartimento di ingegneria dei sistemi dell’agenzia spaziale cinese ha precisato che il suo paese “non ha mai utilizzato, né lo farà” immagini e dati satellitari africani per il targeting, l’allerta o lo spionaggio militari. Sta di fatto che il terzo satellite egiziano costruito dalla Cina offre risoluzioni di valenza operativa. Sarebbe però riduttivo circoscrivere la galassia settoriale africana all’isteresi anticinese statunitense, ingabbiata nella competizione sistemica del nuovo secolo. Sebbene il presidente americano, Donald Trump, abbia or ora lanciato un guanto di sfida spaziale alla Cina, con un programma di incontri ingegneristici afro-americani al vertice, il continente pensa a un futuro di sovranità, autonomia e autarchia sinergica anche nello spazio: l’Agenda per il 2063 definisce le orbite extraterrestri cruciali per lo sviluppo continentale. Accedervi sovranamente è una “necessità non un lusso”. Oggi il panorama settoriale africano è un mosaico policromatico di sinergie globali, di attori asiatici come Giappone e India, levantini come Israele, pluri-europei, istituzionali e privati, fra cui spicca su tutti l’Agenzia spaziale italiana, fresca di una riunione co-organizzata con il Kenya, paese ospitante, e con una trentina di alti dirigenti di 17 omologhe agenzie africane, riuniti intorno a un tavolo, nella prima decade di febbraio.
Un cenacolo di cervelli chino a stendere i lineamenti delle collaborazioni a venire, a promuovere la crescita dei talenti locali, galvanizzare il settore, economicamente, socialmente, tecnologicamente e intellettualmente, e farlo secondo i dettami del piano Mattei per l’Africa, in un modus vivendi collaborativo, sostenibile, inclusivo e foriero di benefici per tutti, con un occhio di riguardo al consolidamento delle sinergie istituzionali e tecniche del continente. Italia che, nel biennio 2026-2027, assicura la presidenza del Comitato delle Nazioni Unite per l’uso pacifico dello spazio extra-atmosferico e che gestisce da decenni una stazione in Kenya: il Centro Spaziale Luigi Broglio, al centro di investimenti recenti per rilanciarne l’importanza come centro formativo internazional-continentale e come hub di lancio satellitare per l’osservazione della Terra, obiettivo di diversi player locali, fra cui Kenya e Sudafrica.
M olte altre sono le tessere del mosaico spaziale africano, alcune bicontinentali come la Russia, altre ancora private, fornitrici di connessioni satellitari rapide, provvidenziali per le regioni remote africane, scarsamente dotate di dorsali terrestri: basti solo pensare a provider come Starlink, Eutelsat, OneWeb e altri, presenti in molti paesi africani, attratti da investimenti pubblici e dalla maturazione di hub spaziali autoctoni, città dedicate al tema, in stile cairota, università e dipartimenti ingegneristici che si lambiccano sulle opportunità offerte dallo spazio, in termini di pianificazione agricola, modulazione delle fertilizzazioni, disciplina delle acque, urbanistica e previsione- mitigazione dei flagelli climatici. Integrata nelle reti panregionali, sino-brasiliane e nel Gmes europeo, l’Africa ha scommesso sullo spazio per beneficiare di dati meteo ed oceanografici, che svelano altimetria e profili di velocità del vento, misurando temperatura marina in superficie, colore dell’acqua e così via, parametri basilari di molti modelli previsionali matematici e informatici, vieppiù tempestivi con la supervisione umana dei super-calcolatori algoritmici di nuova generazione. Dipenderà dallo spazio in potenziamento anche l’architettura futura per il controllo delle frontiere continentali, la logistica dei trasporti, la sicurezza delle operazioni finanziarie e la sorveglianza di infrastrutture critiche, energetiche e trasmissive, non meno che l’irrobustimento delle capacità difensivo-sicuritarie, visto che alcuni paesi continentali stanno applicando le iterazioni satellitari al campo militare per innervare la controinsurrezione. Dominio ideale per la sorveglianza di attività belliche, lo spazio discerne progetti nemici, nascondigli ostili e covi di armi, ma oggi è soprattutto il ramo civile-duale a ingemmare un continente consapevole che il potere aerospaziale è volano di sviluppo economico-sociale e ha immense ricadute scientifiche, tecnologiche, industriali, commerciali e strategiche. Ne beneficiano tanti settori e ciascun euro investito ne genera almeno due in attività industriali e servizi ad alto valore aggiunto, di aziende grandi, piccole e medie. Il Western Cape, regione sudafricana avanguardistica, ne è la riprova: si distingue per la facoltà di ingegneria aerospaziale dell’Università di Stellenbosch, centro nevralgico di ricerche e programmi che si irradiano sul polo produttivo di Guateng, florilegio di manifatture dedite a carichi paganti e componentistica satellitari. Crescono i partenariati, equidistanti, dell’agenzia spaziale sudafricana (Sansa), collaborativa con molte omologhe continentali (o meno), orientali e occidentali, fra cui la Nasa statunitense, che ha cooptato il paese arcobaleno nel progetto di esplorazione selenica, umana e robotica. Il sito di Matjiesfontein, hub in fieri dell’industria spaziale nazionale, ospiterà una delle tre antenne terrestri da 18-24 metri: la Legs completanda l’anno prossimo, foriera di comunicazioni ininterrotte fra la Terra e gli astronauti del programma Artemis, a bordo dei vascelli orbitanti intorno alla Luna. Nasa e Sansa hanno inoltre un modus vivendi per missioni congiunte di esplorazione extraterrestre a venire, le cui ricadute saranno inevitabilmente duali, profittevoli per un tessuto sudafricano opulento di start up di diritto privato. Senza dimenticare che l’aeronautica militare indigena ha una sezione di comando spaziale ed è l’unica continentale munita di un satellite di intelligence, ricognizione e sorveglianza: il Condor 2E.