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 2026  marzo 20 Venerdì calendario

Parigi tra meschinità e voti “fratricidi”

All’indomani del primo turno delle elezioni comunali francesi, quasi tutti i commenti hanno seguito lo stesso copione, individuando due vincitori – La France Insoumise e il Rassemblement National, ovvero le estreme bilaterali – e uno sconfitto, il “grande centro” macroniano.
Da ciò l’insistenza sulla crescita simultanea di frammentazione e polarizzazione che renderebbe ancor più instabile un sistema politico già indebolito dalla mancanza di una maggioranza organica di governo dopo il nulla di fatto delle elezioni anticipate volute dall’inquilino dell’Eliseo.
C’è sicuramente del vero, in questo quadro, perché con i 1.279 consiglieri comunali conquistati, tutti i suoi 13 sindaci rieletti, altri sette guadagnati e le quasi 500 liste proprie o apparentate capaci di superare la soglia del 10%, il partito di Le Pen e Bardella ha fatto un balzo in avanti significativo sul piano del radicamento territoriale, da sempre suo tallone d’Achille. Così come, sul versante opposto, la scelta del partito di Mélenchon di rinunciare al movimentismo “allo stato gassoso” rivendicato tempo addietro e accettare un inizio di istituzionalizzazione ha dato buoni frutti, con 96 liste in grado di presentarsi al secondo turno, la vittoria nella popolosa Saint-Denis e le notevoli chance di aggiudicarsi altri due municipi. Ma l’immagine di un’ascesa simultanea delle estreme corre seri rischi di essere nettamente ridimensionata nell’arco di una sola settimana, e già adesso copre aspetti importanti di una realtà che le febbrili trattative dei giorni scorsi fra le varie forze politiche rivelano più complessa e problematica. A partire dal carattere di “prova generale” che il confronto in sede municipale sta assumendo in vista del tanto atteso e temuto voto presidenziale della primavera 2027.
Dalle dichiarazioni pubbliche – e soprattutto dalle manovre nel retroscena – degli esponenti di vertice dei partiti maggiori sta emergendo infatti una complicata trama di accordi, distinguo, veti e segnali di disponibilità che, dietro la facciata del consueto duello tra destra e sinistra (con il centro non più protagonista, dopo i fallimenti di Macron, ma pur sempre terzo incomodo), fa trasparire la lotta tra contrapposte ambizioni che attraversa tutti gli schieramenti. Un effetto inevitabile dello schema istituzionale della Quinta Repubblica, che con il ballottaggio obbliga a ridurre a solo due i pretendenti alla presidenza, e dunque ad adottare una logica bipolare, ma che mai come in questi ultimi tempi ha inasprito lo scontro interno a ciascuna coalizione.
A sinistra, questo dato di fatto era stato mascherato, all’indomani dell’inatteso scioglimento dell’Assemblea nazionale imposto da Macron nel giugno 2024, dalla necessità di alzare un argine contro l’ascesa tumultuosa del Rn, diventato pochi giorni prima il primo partito di Francia nelle elezioni europee. Con la creazione del Nouveau front populaire, socialisti, ecologisti, melenchonisti e gruppi minori avevano sepolto l’ascia di guerra e impedito a Bardella di diventare primo ministro. Ma era solo una tregua, che gli sviluppi successivi hanno reso precaria e che nel corso dell’ultimo anno, soprattutto dopo l’acuirsi della polemica anti-israeliana di Lfi e l’implicazione di attivisti vicini al partito nell’uccisione del militante nazionalista Quintin Deranque, sembrava andata in pezzi. Non più tardi del 4 marzo, il segretario nazionale socialista Olivier Faure aveva infatti escluso ogni possibilità di accordo con la formazione radicale, seguito subito dopo dalla leader ecologista Tondelier. L’ex presidente Hollande aveva addirittura proposto di estendere la formula del Front républicain, il cordone sanitario regolarmente evocato in funzione anti-lepenista, per applicarla anche a La France Insoumise.
I risultati del voto del 15 marzo hanno però fortemente corretto questa impostazione: là dove si sono trovate in svantaggio, in un terzo dei casi in cui ciò era possibile, le liste socialiste sono corse a sottoscrivere accordi, sia tecnici che politici, con l’estrema sinistra in nome di un nuovo patto, questa volta denominato Fronte antifascista (implicando nella categoria avversata non solo il Rn ma anche i Républicains postgollisti). E Lfi ha ricambiato rinunciando a ripresentare la sua lista a Marsiglia, dove il sindaco uscente socialista era in posizione difficile. Sia dove gli accordi sono stati conclusi, sia dove ciò non è accaduto – come a Parigi e a Strasburgo –, sono esplose proteste, defezioni e rotture che lasciano capire che la competizione per la scelta del candidato destinato a rappresentare la teorica “sinistra unita” alla Presidenziale sarà, di fatto, una battaglia.
Malgrado le apparenze e le previsioni, anche a destra l’esito del primo turno comunale ha fatto emergere molte più avvisaglie di guerra che prospettive di alleanza.
A dare il primo segnale è stato Bruno Retailleau, segretario nazionale di Les Républicains, reputato capofila della loro corrente più spostata a destra e già autocandidatosi alla gara per l’Eliseo, quando a urne ancora da aprire ha designato due nemici: Rn e Lfi. E sebbene questa sua posizione sia apparsa ammorbidita quando, di fronte al netto successo a Nizza (41,9%) dell’ex amico Ciotti, ora alleato del Rassemblement National, ha rifiutato di sostenere il suo sfidante centrista, altre prese di posizione hanno confermato come, in vista dell’appuntamento del prossimo anno, la destra “rispettabile” sia intenzionata a giocare tutte le sue carte contro Bardella. A Marsiglia, di fronte alla prospettiva di un successo del candidato Rn forte del 35%, l’esponente Lr Vassal, a stento arrivata all’11%, ha deciso di rimanere in lizza, riconsegnando di fatto la seconda città di Francia al sindaco socialista. A Carcassonne, per cercare di impedire il successo del Rn, la lista “unione della destra” si è addirittura fusa con quella di “unione della sinistra” e accordi simili sono stati stipulati in altre località minori, lasciando capire che a molti dirigenti locali del partito della destra moderata è meno sgradito soccombere a una lista di centrosinistra che conquistare un municipio a mezzadria con esponenti del partito che ha conservato nel simbolo la fiamma tricolore.
Un’ulteriore prova dell’esistenza di questa guerra a destra lo ha dato Éric Zemmour, il leader del partito nettamente più estremo di quest’area, Reconquête!, apertamente islamofobo e sostenitore della remigrazione di tutti gli immigrati irregolari, eppure molto meno osteggiato del Rn dagli ambienti conservatori. Rivendicando la conquista di un centinaio di sindaci in comuni con meno di mille abitanti, il polemista franco-algerino non ha mancato di prendersela ancora una volta con Marine Le Pen e le sue posizioni “né destra né sinistra”, mentre la sua pupilla Sarah Knafo ritirava la sua lista a Parigi e faceva appello ai suoi elettori (oltre il 10%) affinché trasferissero il loro voto a Rachida Dati, già ministro della Cultura di Macron, in funzione anti-sinistra. Il che lascia presagire l’intenzione di opporre a Le Pen o a Bardella una candidatura “da destra” nel 2027.
In queste condizioni, il verdetto delle urne del 22 marzo potrebbe apparire molto diverso da quello di sette giorni prima. Non tanto a sinistra, dove Lfi e Mélenchon hanno buone probabilità di confermarsi un partner di coalizione indispensabile, quanto piuttosto a destra, dove – malgrado le profferte di convergenza e le manifestazioni di moderazione (con Bardella giunto a dire che, se fosse parigino, voterebbe lui pure per Dati) – il Rassemblement National potrebbe scoprire di avere non solo dei concorrenti, ma dei veri e propri nemici, disposti a tutto pur di sbarrargli la strada verso il governo. Magari schierandosi con l’unico candidato centrista credibile, Édouard Philippe.