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 2026  marzo 20 Venerdì calendario

Pavese potrebbe essere morto in un alberghetto a ore

Morì lasciando scritto di non fare “troppi pettegolezzi”. Eppure la vita di Cesare Pavese (1908-1950) ancora oggi continua a essere indagata e scandagliata in particolare per quanto riguarda il suo suicidio, avvenuto forse il 27 agosto 1950 oppure nella notte fra sabato 26 e domenica 27. Lo rammentava anni fa Lorenzo Mondo, biografo dello scrittore (Quell’antico ragazzo), parlando delle “ricostruzioni approssimative o fantasiose delle sue ultime ore”. Lo stesso luogo dove si sarebbe ucciso con una dose di sonniferi, l’Hotel Roma a Torino, è stato al centro di saggi e romanzi. Ma Pavese si tolse la vita veramente lì?
Da tempo Lino Sturiale, torinese, regista e producer, nutre qualche dubbio. Lo fa ripensando a una confidenza che Paolo Spriano (1925-1988) gli fece nel 1987. Una confidenza autorevole vista la persona da cui proveniva: ex partigiano, militante del Pci, giornalista de L’Unità e storico di vaglia, soprattutto quello ufficiale del Partito comunista, che aveva peraltro incontrato Pavese proprio la sera del 26 agosto 1950. Spriano narrò dunque, in una saletta della sede Rai di Torino, a Sturiale e ad altri presenti, che l’autore dei Dialoghi con Leucò non si era spento all’Hotel Roma. Lo storico aveva partecipato al programma Anni di passioni (che non sarebbe andato in onda), diretto dal regista Piero Nelli, per parlare del suo recente libro Le passioni di un decennio, in cui ricordava il suicidio di Cesare. A un certo punto, chiacchierando con Sturiale e altri, Striano sbottò: “Pavese non è mica morto all’Hotel Roma”. E continuò rivelando che era invece deceduto in un alberghetto della precollina torinese, in via Monferrato. In quell’alberguccio, noto per essere frequentato da coppie “clandestine” e da ragazze allegre, nella notte del 26 agosto Pavese venne trovato senza vita. Il proprietario del locale allora telefonò alla redazione torinese de L’Unità. In via Monferrato arrivarono subito Spriano, all’epoca redattore del quotidiano del Pci, e una seconda persona. Narra Sturiale: “Spriano ci disse che, quella notte, lui e chi lo accompagnava ritennero come non si potesse far sapere che Pavese, iscritto al Pci, era morto in un albergo considerato equivoco”. Non si poteva farlo per ragioni politiche e morali. Si era in piena Guerra fredda, e in forte scontro con la Democrazia cristiana e i vertici della Chiesa. Pertanto la notizia della fine in un albergo a ore, se fosse stata diffusa, avrebbe screditato il partito e lo stesso scrittore. Così, rievoca Sturiale, “Spriano e l’altro suo compagno decisero che sarebbe stato meglio portare in auto il corpo all’Hotel Roma, dove Pavese aveva preso una stanza il giorno prima”. Così fecero. Niente poteva cambiare la sostanza delle cose: il suicidio del narratore e poeta langarolo.
Spriano morì qualche mese dopo la sua confidenza. Sturiale provò a parlare di quella testimonianza a qualche intellettuale di area comunista, tuttavia nessuno sembrò interessato. Gli anni passarono, Spriano sarebbe stato dimenticato, e nessuno mise mai in discussione la verità ufficiale sulla notte in cui Pavese si uccise. Lino Sturiale, a quasi 70 anni, ha accettato di rievocare quel giorno di maggio del 1987 sebbene sappia bene come non esistano prove, a parte i suoi ricordi, in grado di avvalorare la confidenza ricevuta. Però ha una convinzione: “Spriano era un uomo e un intellettuale di estrema serietà, che non avrebbe mai inventato una vicenda del genere. E poi perché avrebbe dovuto farlo?”. Lo storico del Pci, d’altro canto, fu l’ultimo a vedere Pavese. Scrisse Lorenzo Mondo, nel 2010: “Stando alla testimonianza dell’amico Paolo Spriano (ma quella ufficiale, non quella indicibile, ndr), la sera del sabato Pavese si intrattenne con lui fin dopo la mezzanotte. Poi raggiunse l’albergo Roma, dove soggiornava da alcuni giorni. Il ricordo di Spriano diverge, almeno per quanto riguarda l’ora, dalla notizia che fornirà un anonimo cronista della Gazzetta del Popolo, il più circostanziato sulla morte di Cesare. Egli racconta infatti che lo scrittore rientrò in albergo intorno alle 20”.
Martedì 29 agosto 1950, anche L’Unità, che non usciva al lunedì, diede conto del suicidio, ma il giornale, annotò Mondo, “sembra tradire un certo stupefatto imbarazzo” e si limita a pubblicare nell’edizione nazionale “un vecchio testo del Pavese éngagé, il Ritorno all’uomo”. Era “imbarazzo” anche per un’altra notizia, mai data?